mercoledì 6 dicembre 2017

[Salvador] Il martirio della UCA

Il 16 novembre è trascorso il ventottesimo anniversario della mattanza dei sei gesuiti dell’Universidad Centroamericana di El Salvador, uccisi dai militari dell’esercito salvadoregno nel 1989. Quella strage, purtroppo, non solo è rimasta impunita, ma una recente sentenza della Corte costituzionale, emessa poco meno di tre mesi fa, ha umiliato, ancora di più, la memoria dei religiosi e il diritto alla verità e alla giustizia di un intero paese.


Quel 16 novembre, i militari del regime che si era instaurato fin dal 1980 nel paese centroamericano, fecero irruzione all’interno dell’ugeniversità uccidendo cinque sacerdoti spagnoli (Ignacio Ellacuría, Segundo Montes, Armando López, Ignacio Martín Baró e Juan Ramón Moreno), il salvadoregno Joaquín López e due domestiche che lavoravano con i religiosi, Elba Julia Ramos e la figlia Celina. La recente sentenza della Corte, invece, non solo ha fatto orecchie da mercante di fronte all’ordine di cattura emesso nel gennaio 2016 dal giudice spagnolo Eloy Velasco, ma ha addirittura accettato il ricorso formulato dai legali degli alti vertici militari di allora per presunte violazioni della libertà personale. Non solo, quindi, non sarà dato adito all’estradizione dei responsabili della mattanza in Spagna, ma si favorisce e si rafforza quel clima di impunità dilagante in El Salvador nonostante alla guida del paese ci sia il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Del resto non c’è da sorprendersi poiché l’allora presidente Alfredo Cristiani, della destrissima Alianza Republicana Nacionalista (Arena), il partito che ha creato gli squadroni della morte ed ha promosso e incoraggiato la tortura verso gli oppositori politici, non ha mai chiesto scusa per l’omicidio dei religiosi. È così che i responsabili della morte dei gesuiti, tra i quali Juan Rafael Bustillo, Rafael Humberto Larios, Juan Orlando Zepeda, Francisco Elena Fuentes, Carlos Mauricio Guzmán, pur essendo dei veri e propri criminali di guerra, paradossalmente possono sostenere che la “democrazia, la legalità, l’etica e la giustizia hanno trionfato”. Arpas El Salvador (Asociación de Radios comunitarios) ha scritto che la magistratura, ancora oggi, è controllata dall’oligarchia e gode della copertura e del sostegno dei principali mezzi di comunicazione del paese, mentre la sinistra, per quanto al governo, non è mai andata aldilà di critiche che poi si concludono finendo con l’accettare l’arroganza dei poteri forti.
Definito come uno dei casi più emblematici del conflitto salvadoregno (il regime militare è stato al potere fino al 1992, ma anche dal ritorno in “democrazia” Arena ha governato fino al 2009), il martirio dei religiosi della Uca ha sempre rappresentato un ingombrante scheletro nell’armadio per le forze che simpatizzavano con la dittatura, tanto che la giustizia ha tutelato in tutte le sedi gli autori materiali e intellettuali della mattanza. Secondo la Commissione per la verità di El Salvador, che nel suo rapporto intitolato “Dalla pazzia alla speranza” ha indagato a fondo sul caso, è emersa la responsabilità dell’ex ministro della Difesa René Emilio Ponce, morto alcuni fa, ma noto per la sua offensiva lanciata, in qualità di colonnello, contro il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, quando la guerriglia sembrava vicina a conquistare la capitale San Salvador. Fu proprio Ponce ad ordinare l’irruzione all’interno della Uca per uccidere Ignacio Ellacuría ed a chiedere deliberatamente ai suoi sottoposti di fare una strage affinché non restassero testimoni. Cristiani, in qualità di presidente del paese, ha sempre coperto i militari coinvolti che, insieme a Ponce, facevano parte dell’Asvem, l’associazione dei veterani militari. Nel 1991 un gruppo di militari che avevano partecipato alla mattanza fu processato, ma nel 1993 giunse una legge di amnistia votata a grande maggioranza dal Parlamento salvadoregno che servì per scagionarli da ogni accusa, mentre nel 2012, per la prima volta, il paese negò l’estradizione dei militari verso la Spagna.
Andreu Oliva, rettore della Uca, ha evidenziato come nel paese vi sia tuttora una politica volta a favorire e a proteggere sistematicamente i militari responsabili delle violazioni dei diritti umani, come accadde anche in occasione del massacro di El Mozote, avvenuto il 10 dicembre 1981, quando il battaglione dell’esercito Atlacatl, lo stesso che uccise i gesuiti, sterminò gli abitanti di questo piccolo villaggio perché, secondo loro, offrivano appoggio e sostegno ai guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Oggi, a distanza di ventotto anni, gran parte degli assassini di Ignacio Ellacuría sono ancora a piede libero e conducono tranquillamente la loro esistenza in maniera nemmeno troppo nascosta.

Nigeria, "conchiglia" di morte

Amnesty International ha chiesto a Nigeria, Regno Unito e Olanda di aprire indagini sul ruolo avuto dal gigante petrolifero anglo-olandese Shell in una serie di orribili crimini commessi dal governo militare nigeriano nella regione petrolifera dell’Ogoniland negli anni Novanta. 
La richiesta è stata fatta da Amnesty International in occasione del lancio di un suo rapporto che esamina migliaia di pagine di documenti interni della Shell, dichiarazioni di testimoni e denunce presentate, all’epoca dei fatti, dalla stessa organizzazione per i diritti umani.
La campagna del governo militare nigeriano per ridurre al silenzio le proteste degli ogoni contro l’inquinamento prodotto dalla Shell causò gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, molte delle quali costituiscono anche precise fattispecie di reato penale.
“Le prove che abbiamo esaminato mostrano che la Shell incoraggiò ripetutamente i militari nigeriani ad affrontare le proteste locali, pur sapendo l’orrore che questo avrebbe procurato: uccisioni illegali, stupri, torture e villaggi dati alle fiamme”, ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.
“In questa brutale repressione la Shell arrivò persino a fornire ai militari sostegno materiale, come i mezzi di trasporto, e in almeno un caso pagò un comandante militare noto per aver violato i diritti umani. Il fatto che la compagnia petrolifera non sia mai stata chiamata a risponderne è un oltraggio”, ha aggiunto Gaughran.
“Non c’è dubbio che la Shell abbia giocato un ruolo chiave negli eventi che devastarono l’Ogoniland negli anni Novanta. Crediamo che vi siano ragioni per aprire indagini penali. Presentare l’enorme quantità di prove raccolte è stato il primo passo per portare la Shell di fronte alla giustizia. Ora stiamo preparando una denuncia penale da inoltrare alle autorità competenti”, ha spiegato Gaughran.
La campagna del governo nigeriano nell’Ogoniland culminò nell’impiccagione, 22 anni fa, di nove leader ogoni tra cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e attivista che guidava le proteste. Le esecuzioni, al termine di un processo clamorosamente irregolare, provocarono uno scandalo internazionale. Nel giugno 2017 le vedove di quattro degli impiccati hanno denunciato la Shell alla giustizia olandese, accusando la compagnia petrolifera di complicità nella loro morte.
Un individuo o una compagnia possono essere chiamati a rispondere sul piano penale per un reato che abbiano incoraggiato, favorito, facilitato o esacerbato, pur non essendone stati gli autori materiali. Ad esempio, può comportare una responsabilità penale il fatto di essere consapevoli che la propria condotta o un rapporto di stretta vicinanza con gli autori materiali possano contribuire a un reato. Il nuovo rapporto di Amnesty International, intitolato “Un’impresa criminale?” afferma che la Shell è stata coinvolta con queste modalità nei reati commessi nell’Ogoniland negli anni Novanta.
In quel periodo la Shell era la più importante compagnia petrolifera attiva in Nigeria. Durante la crisi dell’Ogoniland, la Shell e il governo nigeriano operavano come partner in affari e s’incontravano regolarmente per discutere come proteggere i loro interessi.
Memorandum interni e appunti relativi agli incontri mostrano come la Shell abbia fatto pressioni su alti funzionari del governo per ottenere appoggio militare, anche dopo che le forze di sicurezza avevano compiuto uccisioni di massa di dimostranti. Le stesse fonti confermano che la Shell fornì assistenza logistica e finanziaria alle forze armate o alla polizia nigeriana, pur essendo a conoscenza che esse erano coinvolte in assalti mortali contro civili inermi.
La Shell ha sempre negato di essere stata coinvolta in violazioni dei diritti umani ma non c’è mai stata un’indagine sulle accuse nei suoi confronti.

La Shell sapeva

Le proteste contro la devastazione dell’Ogoniland causata dalle fuoriuscite di petrolio dagli impianti della Shell erano guidate dal Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop).
Nel gennaio 1993, dopo che il Mosop aveva dichiarato che la Shell non era più benvenuta nella regione, la compagnia sospese temporaneamente le attività adducendo motivi di sicurezza.
Secondo i documenti interni analizzati da Amnesty International, mentre la Shell pubblicamente cercava di minimizzare i danni causati all’ambiente, suoi alti dirigenti riconoscevano che le proteste del Mosop erano legittime ed erano fortemente preoccupati per le cattive condizioni degli oleodotti.
Il 29 ottobre 1990 la Shell chiese a un reparto speciale paramilitare della polizia, chiamato Polizia mobile, “protezione per la sicurezza” dei suoi impianti nel villaggio di Umuechem, dove erano in corso proteste pacifiche. Nel giro di due giorni, la Polizia mobile attaccò il villaggio con fucili e granate, uccidendo almeno 80 persone e dando fuoco a 595 abitazioni. Molti dei corpi vennero gettati in un fiume vicino.
Almeno da quel momento in poi, i dirigenti della Shell sarebbero stati consapevoli dei rischi associati alle richieste d’intervento delle forze di sicurezza. Ciò nonostante, la Shell continuò a invocarlo.
Ad esempio nel 1993, poco dopo aver lasciato l’Ogoniland, la Shell chiese ripetutamente al governo nigeriano di dispiegare l’esercito nella regione per proteggere un nuovo oleodotto che era in corso di realizzazione da parte di un’azienda appaltatrice. Il risultato furono 11 morti il 30 aprile nel villaggio di Biara e un morto il 4 maggio nel villaggio di Nonwa.
Meno di una settimana dopo l’incursione nel villaggio di Nonwa, funzionari della Shell ebbero una serie di incontri con alti funzionari del governo e della sicurezza della Nigeria.
Gli appunti di questi incontri mostrano che, invece di esprimere preoccupazione per l’uccisione di dimostranti inermi, la Shell fece pressioni per poter tornare a operare nell’Ogoniland offrendo in cambio aiuto “logistico”.

Sostegno finanziario

La Shell offrì anche sostegno finanziario. Un suo documento interno mostra che il 3 marzo 1994 la Shell versò oltre 900 dollari all’Istf, un’unità speciale creata per “ripristinare l’ordine” nell’Ogoniland. Solo 10 giorni prima il comandante di quell’unità aveva ordinato di aprire il fuoco contro una manifestazione di fronte al quartier generale della Shell di Port Harcourt. Il documento spiega che quel pagamento era “un segno di gratitudine e di incentivo per una futura attitudine positiva [verso la Shell]”.
“In un certo numero di occasioni, le richieste fatte dalla Shell al governo nigeriano affinché contribuisse ad affrontare quella che la compagnia chiamava ‘la questione degli ogoni’ vennero seguite da una nuova ondata di violazioni dei diritti umani nell’Ogoniland. È difficile non vedere il rapporto causale o immaginare che la Shell non sapesse come le sue richieste in quel periodo sarebbero state interpretate”, ha commentato Gaughran.
“In alcuni casi la Shell ebbe un ruolo più diretto nei bagni di sangue, ad esempio trasportando sui suoi mezzi le forze armate nei luoghi ove erano in corso proteste, persino quando divenne chiaro quali sarebbero state le conseguenze di tale comportamento. Questo equivale chiaramente a rendere possibili o facilitare i crimini orribili che ne seguirono”, ha aggiunto Gaughran.

Indicare le comunità delle proteste

Il 13 dicembre 1993, poco dopo il colpo di stato che aveva portato al potere il generale Sani Abacha, la Shell scrisse al nuovo amministratore militare dello Stato dei Fiumi, facendo i nomi delle comunità in cui erano in corso le proteste contro la compagnia e richiedendo assistenza.
Un mese dopo, nel gennaio 1994, il governo istituì l’Istf. Nel corso dell’anno la violenza contro gli ogoni raggiunse picchi terrificanti e l’Istf si rese responsabile di raid nei villaggi ogoni, arresti, stupri, torture e uccisioni.
Secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato il 24 giugno 1994, in quel periodo vennero attaccati oltre 30 villaggi e “più di 50 membri del gruppo etnico ogoni furono vittime di esecuzioni extragiudiziali”. Il comandante dell’Istf si vantò in televisione di queste operazioni, che ebbero dunque una notevole risonanza. Nel luglio dello stesso anno l’ambasciatore olandese fece sapere alla Shell che l’esercito aveva ucciso circa 800 ogoni.

Ken Saro-Wiwa nel mirino

I documenti interni mostrano che nel 1994-95, proprio al culmine della crisi degli ogoni, l’allora presidente della Shell in Nigeria, Brian Anderson, ebbe almeno tre incontri col generale Sani Abacha. Il 30 aprile 1994 Anderson sollevò “il problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa”, descrivendo i riflessi economici derivanti alla compagnia dalle attività portate avanti dal Mosop.
Ken Saro-Wiwa era già nel mirino del governo e, parlando di lui nel corso di quell’incontro, Anderson incoraggiò irresponsabilmente un’azione contro di lui. Anderson riferì di essere uscito da quell’incontro con la sensazione che Abacha “[sarebbe intervenuto] o con l’esercito o con la polizia”.
Infatti, nel giro di un mese Ken Saro-Wiwa e altri leader del Mosop vennero arrestati e accusati, senza alcuna prova, di partecipazione all’omicidio di quattro noti leader tradizionali. Vennero posti in isolamento e torturati, per poi essere sottoposti a un processo-farsa e impiccati nel novembre 1995.
I documenti analizzati da Amnesty International mostrano che la Shell sapeva che sarebbe stato assai probabile che Ken Saro-Wiwa venisse giudicato colpevole e messo a morte. Tuttavia, continuò a discutere col governo su come affrontare “la questione degli ogoni”. È davvero difficile immaginare che la Shell non abbia incoraggiato, e persino condiviso, l’azione del governo contro Ken Saro-Wiwa e gli altri leader ogoni.
Amnesty International chiede che le indagini siano avviate nelle tre giurisdizioni competenti: in Nigeria, dove si verificarono i reati, e in Gran Bretagna e Olanda, dove la Shell ha sede.
“Nelle sue parole finali di fronte al tribunale che lo aveva condannato a morte, Ken Saro-Wiwa ammonì che un giorno sarebbe stato il turno della Shell a essere processata. Vogliamo che ciò accada”, ha annunciato Gaughran.
“Giustizia dev’essere fatta: per Ken Saro-Wiwa e per le migliaia di altre persone le cui vite sono state rovinate dalla distruzione dell’Ogoniland da parte della Shell”, ha concluso Gaughran.
Ulteriori informazioni
I documenti interni della compagnia – tra cui fax, lettere ed e-mail tra i suoi vari uffici – evidenziano che le responsabilità per l’operato della Shell durante la crisi degli ogoni non riguardarono solo il personale presente in Nigeria e che in ogni momento i vertici della Shell all’Aja e a Londra erano pienamente a conoscenza di quanto stesse accadendo nel paese africano.
Un memorandum fa riferimento all’approvazione da parte dei vertici di una dettagliata strategia elaborata nel dicembre 1994 dalla Shell Nigeria su come rispondere alle critiche dopo le proteste degli ogoni. Nel marzo 1995 i vertici della Shell di Londra ebbero un incontro con un rappresentante dell’esercito nigeriano, concordando di “vedersi periodicamente” per scambiare informazioni.
Amnesty International ha chiesto alla Royal Dutch Shell e alla Shell Nigeria di commentare le sue conclusioni. Questa è la risposta della Shell Nigeria:
“Le denunce citate nella vostra lettera sono false e prive di merito. [La Shell Nigeria] non ha colluso con le autorità militari per sopprimere le proteste delle comunità e non ha in alcun modo incoraggiato o invocato l’uso di qualsivoglia atto di violenza in Nigeria. La compagnia ritiene che il dialogo sia il mezzo migliore per risolvere le dispute. Abbiamo sempre respinto tali denunce, nel modo più netto possibile”.







Il rapporto “Un’impresa criminale?” è disponibile online all’indirizzo:
https://www.amnesty.org/en/documents/AFR44/7393/2017/en/

martedì 28 novembre 2017

Altri 5 anni di glifosato

Il glifosato potrà essere usato in Europa almeno per altri 5 anni. Il paesi Ue hanno infatti votato sì al rinnovo dell'autorizzazione quinquennale per il contestatissimo diserbante, al centro di una controversia scientifica internazionale sulla sua presunta (o probabile) cancerogenicità. "Dimostra che quando tutti vogliamo, siamo in grado di condividere e accettare la responsabilità collettiva nel processo decisionale", ha detto il commissario Ue alla salute Vytenis Andriukaitis.

A quanto apprende l'Ansa, gli equilibri sono stati spostati dalla Germania, che fino a ieri sembrava intenzionata ad astenersi a causa della non delineata situazione politica interna mentre oggi a sorpresa si è espressa favorevolmente. Pro-rinnovo altri 17 paesi. Nove quelli contrari tra cui Italia, Belgio, Grecia, Francia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia. Astenuto il Portogallo. Contro la licenza si era esposta in modo particolare la Francia. "Il glifosato è un prodotto potenzialmente a rischio per la salute dei francesi e per l'ambiente e la biodiversità", diceva prima del voto la segretaria di Stato presso il ministero dell'Ambiente, Brune Poirson.

Il voto sul rinnovo dell'autorizzazione del glifosato è avvenuto nel cosiddetto 'comitato d'appello' permanente Ue su piante, cibi e mangimi (Comitato Paff), che riunisce i rappresentanti degli Stati membri a livello ministeriale. Nel caso in cui non fosse stata raggiunta la maggioranza qualificata, sarebbe toccato alla Commissione decidere in tutta autonomia.

LA PROTESTA - Protestano gli ambientalisti della Coalizione europea 'Stop glifosato' (vi fanno capo tra gli altri Avaz e Greenpeace) che stamani davanti al quartier generale della Commissione europea, in vista del voto di oggi, hanno indossato maschere del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e del commissario Ue alla Salute, il lituano Vytenis Andriukaitis, esponendo striscioni contro il glifosato.

IL MINISTRO MARTINA - "Abbiamo votato contro il rinnovo oggi perché siamo convinti che l'utilizzo di questa sostanza vada limitato - ha detto il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina -. L'Italia già adotta disciplinari produttivi che limitano l'uso del glifosato a soglie inferiori del 25% rispetto a quelle definite in Europa al fine di portare il nostro Paese all'utilizzo zero del glifosato entro il 2020".

IN ITALIA - In Italia resta il divieto di uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da "gruppi vulnerabili" quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta "al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura". Lo precisa la Coldiretti che sottolinea come gli effetti del decreto del Ministero della Salute in vigore dal 22 agosto del 2016 che non vengano modificati dalla decisione dell'Unione Europea di rinnovare per 5 anni la licenza di utilizzo. "L'Italia - secondo l'organizzazione agricola - deve porsi all'avanguardia nelle politiche di sicurezza alimentare nell'Unione Europea e fare in modo che - sottolinea la Coldiretti - le misure precauzionali introdotte a livello nazionale riguardino coerentemente anche l'ingresso in Italia di prodotti stranieri trattati con modalità analoghe come il grano proveniente dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato proprio nella fase di pre-raccolta".

lunedì 27 novembre 2017

[Iran] Alireza deve perdere


Ultimi dieci secondi dell'incontro.
Alireza Karimi, già medaglia di bronzo ai Campionati mondiali 2015, sta vincendo 3 a 2 contro il suo rivale russo. Il suo coach riceve la notizia che nell'altra semifinale il lottatore israeliano ha vinto il suo match e aspetta Alireza in finale.
Nel filmato si sente il coach che urla disperato: "Alireza perdi. Devi perdere!".
Oggi se andate su Instagram o Twitter vedrete ovunque questi due hashtag nei profili iraniani :


"Devi perdere, Alireza!" ...lui va dal coach per convincerlo a lasciarlo vincere. Dopotutto, lo sport è fatto di competizione, agonismo, misure.
Mancano solo 10 secondi alla fine della gara e lui sta vincendo 3 a 2... il coach ripete "no Ali devi perdere"...
Affrontare in finale il nemico sionista? Non è permesso.
Ritirarsi per motivi politici dopo aver guadagnato la finale? L'Organizzazione Internazionale della Lotta lo considererebbe anti-sportivo e condannerebbe il Comitato Iraniano a pagare una pesantissima, insostenibile multa...
No, Ali deve perdere. Deve obbedire, come un soldato, agli ordini.
Il resto si vede nel filmato...

Vignetta di Mana Neyestani


In quei dieci secondi, non era Alireza che girava e perdeva, ero io, eravamo noi che perdevamo. Era la nostra generazione che senza sapere il perché, ha perso la sua gioventù. Alireza era noi, e tutto quello che abbiamo vissuto nei nostri trent'anni, lui l'ha passato in dieci secondi.
E voi, dittatore mio, siete l’Israele. Ecco perché avete vinto.
Ecco perché vincete sempre...





sabato 25 novembre 2017

[Iran] Copritevi bene

"حجاب را رعایت فرمائید"
COPRITEVI BENE

Questa frase c’è dappertutto.
Scritta sui muri,
pubblicata nei libri,
ripetuta nelle scuole,
stampata sui vestiti,
incisa nella mia mente.
Copriti bene…
Copriti bene…
E se non lo facessi?
che mi succederebbe?
Un uomo mi salterebbe addosso?
Non sarebbe una novità.
Sono anni che stuprate la mia femminilità.
Sono secoli che violentate il mio essere donna






 

L’inverno delle relazioni turco-tedesche e le ricadute sulla Ue

Perché Peter Steudtner è stato liberato
Non dite “Perché è innocente!”. Se fosse così nelle prigioni turche non ci sarebbero praticamente più detenuti. Che Steudtner e gli altri attivisti per i diritti umani non siano agenti, lo sa anche Erdogan. Ma perché, con tutto ciò, sono stati quattro mesi chiusi in carcere? Perché Erdogan aveva bisogno di ostaggi per mettere a tacere la protesta che in Europa si faceva sempre più vibrata e perché gli estradassero degli oppositori che avevano trovato riparo in Germania. Inoltre pensava che la paura scatenata da tali arresti avrebbe distolto le Organizzazioni Non Governative dall’occuparsi ancora più fortemente della Turchia.

Perché allora sono stati liberati?
Di certo ha avuto un ruolo la missione di Schröder (l'ex cancelliere tedesco), ma ancora prima il governo turco aveva notato che la sua strategia andava a vuoto, e persino produceva l’effetto opposto. Lungi dall’indebolire la protesta in Europa, gli arresti l’avevano tramutata in indignazione e avevano reso ancora più visibile la politica sempre più autoritaria della Turchia. Ma soprattutto facevano spuntare l’idea di sanzioni economiche. Un diplomatico tedesco mi ha detto che il 20 luglio ha rappresentato una rottura storica per la politica turco-tedesca.

Facciamo mente locale: il 17 luglio erano stati arrestati sei sui dieci difensori dei diritti umani riuniti sull’isola di Büyükada. Due giorni dopo si arrivò alla crisi, allorché Ankara fece sapere a Berlino, tramite l’Interpol, che 681 ditte tedesche erano nella “lista nera” con l’accusa di terrorismo. Quando la Germania si indignò, il ministro degli Interni turco parlò per telefono di un malinteso e ritirò la lista. Ma questo non bastò. Il 20 luglio il governo tedesco prese la decisione di cambiare radicalmente la propria politica verso la Turchia. “Il troppo stroppia”, è quanto sentii dire io dal ministro degli Esteri. Ora tutti i tedeschi sono minacciati in Turchia, disse Gabriel, e anche per gli investimenti non è più possibile dare garanzie. Le garanzie cosiddette “Hermes” furono limitate. Le sanzioni economiche si riservarono come ultima possibilità. Alcune ditte tedesche continuarono a mettere in primo piano i propri interessi e accettarono da Ankara contratti di appalti, ma molte altre mostrarono preoccupazione. Gli investimenti diretti diminuirono. Quasi tutti i direttori amministrativi delle imprese tedesche in Turchia affidarono i loro compiti a collaboratori turchi e fecero ritorno in Germania. I trasferimenti a Istanbul vennero rifiutati. Una serie di industriali prese in considerazione mercati alternativi, per esempio in Bangladesh o in India.

La Turchia ha perso il suo più grande mercato di esportazione, e inoltre arriva il ristagno nel settore turistico. Gli ambienti economici sono inquieti per il fatto che le conseguenze principali si vedranno solo nel 2018. Nella leadership turca ci sono senz’altro persone consapevoli di questo fatto, e tra di esse c’è il primo ministro. Però, per paura dell’ira di Erdogan, queste persone non hanno il coraggio di parlare. Un ministro tedesco ha detto che non ci si telefona neppure più con i colleghi turchi, il contatto è trascurato. Così l’intervento di Schroeder deve aver reso contenti soprattutto i ministri di Erdogan che tacevano. A Berlino, sostiene ancora il diplomatico citato, domina l’opinione che le relazioni della Turchia verso la Germania e l’UE non si normalizzeranno finché sarà in carica Erdogan. “Siamo nell’inverno delle relazioni. Ma siamo determinati a non rompere le relazioni con la Turchia al di là dell’AKP (il partito di Erdogan)”. 

Can Dündar
(articolo pubblicato su Die Zeit n.45 del 04/11/2017)

venerdì 24 novembre 2017

[Iran] Men in Hijab

Dopo la campagna #mystealthyfreedom (di cui forniamo il LINK al sito in lingua inglese), fondata con l'aiuto della bravissima attivista e giornalista Masih Alinejad, ora diamo vita ad altre due campagne, sempre sulla nostra lotta contro il velo obbligatorio in Iran.
In una di queste, chiediamo agli uomini iraniani di mettersi il velo al posto delle loro mogli, madri, sorelle, amiche ecc. e farsi le foto.
Per dire innanzitutto che anche loro sono contro questa legge disumana e discriminatoria e poi per eliminare questo taboo sugli uomini che si dovrebbero sentire offesi e insultati se paragonati a una donna.

Qui sotto alcune foto.







giovedì 23 novembre 2017

[Iran] il punto di Jas

PREMESSA:
Già so che tanti di voi non leggono i post più lunghi di 5 righe. Quindi vi informo che questo post è bello lungo (d’altronde essendo  io medio-orientale…vabbè, ci sta!)

Spesso mi si chiede:
"Com'è la situazione da te ora?"

Ve lo spiego con delle vignette e con delle parole (e mi scuso in anticipo per gli errori).

Da una parte c'è il presidente riformista "Rouhani" e il suo governo, eletto per la seconda volta, per il quale ho votato anch'io quest'anno. Rouhani è la persona che mi ha fatto uscire dalla prigione l'estate scorsa e ha fatto chiudere il caso dell'articolo che avevo pubblicato sul giornale بی قانون.
Non è un politico ideale ma di sicuro è meglio di quel (parola intraducibile) di Ahmadi Nejad. Rouhani vorrebbe fare tante riforme iniziando a mettere mano alla legge islamica anti-donna anti-libertà, ma ovviamente questi cambiamenti limiterebbero il guadagno di quel 13% dei islamici radicali al potere (Sepah Pasdaran  [Guardiani della Rivoluzione islamica in italiano] sono una parte importate di questo gruppo).
Dall'altra parte c'è il regime totalitario e il dittatore in cima alla piramide, "Kha.me.nei". Ha tutto il potere in mano (dall'esercito ai soldi del petrolio), quindi per fare le riforme serve il suo consenso e ovviamente a lui non può fregar di meno... Anzi, più la gente è sottomessa e spaventata e povera, più controllo ha lui su tutto.



Ora, quando parlo di lottare per ottenere la nostra libertà, intendo aiutare Rouhani e il suo governo a fare più riforme possibili. Io voglio che il dittatore venga giudicato e condannato per i danni che ha causato in questi anni al paese e a noi. Non voglio svegliarmi un giorno e sapere che è stato impiccato come Saddam Hussein o che è stato ucciso come Gheddafi. Perché alla fine è questa la fine che gli spetta.
Non credo nella rivoluzione e nemmeno nella violenza, in un colpo di stato e cose del genere (infatti vediamo com'è andato a finire la Primavera Araba).
Con l’arrivo di Rouhani, abbiamo ripreso un po' la libertà di stampa ma più liberi siamo più violenza subiamo dal regime. Sono stata arrestata anche ai tempi di Ahmadi Nejad e anche più spesso. Ma non facevano così tanta paura (oppure sono diventata più codarda io, non lo so)...
La cosa bella è che sento che la loro fine è vicina… Sento che stanno facendo gli ultimi sforzi per sopravvive ma possiamo essere sicuri che non ce la faranno!
A queste due condizioni:
1. Quel pagliaccio di Trump vada avanti con l’accordo raggiunto tra Obama e Rouhani.
2. L'Arabia Saudita smetta di romperci (sempre spinta da quel pagliaccio).

Se andiamo in guerra contro i Sauditi (come già sta accadendo nello Yemen) daremo vita a questo regime per almeno altri 50 anni e questo è ciò che vuole il dittatore. Ecco perché Rouhani prova con tutte le forze a far valere l’accordo con i poteri del 5+1…

Vignette di Mana Neyestan


 
P.S.#1: quello che ha l'Ammame nero è Khame.ne.i. Quello con Ammame bianco è Rouhani.
P.S.#2: non so come si dice Ammame in italiano!
P.S.#2bis: mi dicono dalla regia che Ammame = Turbante !


domenica 29 ottobre 2017

La Valsusa brucia

** Ci sarà tempo per approfondire le diverse cause che hanno provocato gli immensi incendi in Valsusa. Ora c'è solo da sostenere le comunità abituate a difendere in modo straordinario quel territorio. Una cosa però sanno bene in Valle: “quelli che sono in alto” hanno bucato per decenni le montagne della Valsusa - con la prima centrale in caverna a Venaus da parte di Enel e dei francesi di Edf, che qui alcuni chiamano la Nonna delle Grandi opere, e più recentemente con i lavori per l'alta velocità - massacrando quei recipienti millenari di acqua che ora avrebbero difeso case e boschi. E ora istituzioni e grandi media si disperano mentre i canadair arrivano fino in Croazia… Perfino studi commissionati per la Torino-Lione mostrano l'evidente relazione tra il disseccamento delle montagne e il progredire dello scavi delle Grandi opere. Il fumo delle fiamme alte più di cinquanta metri che hanno devastano Mompantero puzza di ipocrisia e di profitto **


Borgone Susa, domenica 29 ottobre.
Ottava giornata di fuoco e fumo. Altri ettari di boschi resi estremamente infiammabili da oltre novanta giorni di siccità stanno bruciando inesorabilmente nonostante la lotta commovente che sfinisce pompieri, Aib (Antincendi boschivi) e volontari che noncontano le ore, i pasti saltati e i veleni respirati.
Loris Mazzetti - scrittore, giornalista e dirigente Rai che era venuto a trovarci giovedì per presentare il suo ultimo lavoro, La profezia del Don dedicato a un prete che non prometteva miracoli, (li faceva) - ha voluto trattenersi per altri due giorni per vedere di persona quel che stava succedendo nella Valle dei No Tav… Ecco cosa ha scritto sulla piazza virtuale facebook, la più frequentata al mondo:

Sono stato in Valsusa a presentare il libro La Profezia del Don. La valle è devastata da incendi dolosi, non si vede il sole per colpa del fumo, si respira a fatica, la solidarietà non basta, occorre la presenza dell'esercito, ci vogliono leggi adeguate contro chi provoca gli incendi.
L'informazione nazionale deve fare di più, non è un problema che riguarda solo il Piemonte è l'Italia che è stata colpita. In alcune zone le fiamme sono a ridosso delle case, un giovane di venti…sei anni mentre tentava di spegnere le fiamme è morto d'infarto, vigili del fuoco salvati per miracolo, animali morti. No, no la solidarietà non basta. Basta con i soldi sperperati dalla politica per inutili referendum, basta con treni che vanno su e giù per il Paese per campagne elettorali che durano mesi e mesi. I cittadini della Valsusa hanno bisogno di risposte immediate.
Portiamo le telecamere nella valle”.

Di telecamere siamo invasi ma per inquadrare noi, la nostra ribellione contro chi - prima che qualcuno desse fuoco ai boschi - ha bucato per decenni le nostre montagne, i recipienti millenari di acqua potabile e di quella (comunque di buona qualità) di fossi e torrenti che oggi sarebbe stata preziosa per difendere le case, oltre le piante.
Milioni di metri cubi persi per sempre con la realizzazione - oltre mezzo secolo fa - della prima centrale in caverna a Venaus da parte dell'Enel e dei francesi di Edf che non appena appropriatisi del Moncenisio nel 1947 - come ritorsione per la guerra persa dall'Italia del duce - vi hanno costruito una della più imponenti dighe d'alta quota d'Europa, decapitando - allo scopo - una montagna trasformata in cava di inerti (la Carrier du Paradis che forse dovrebbe essere rinominata “dell'inferno”).

Fino alla grande centrale in caverna - questa Iren, ma sempre a Venaus - che dopo il versante Cenischia ha mezzo disseccato il versante Dora prelevando l'acqua fin da Pont-Ventoux per far girare le turbine dell'ingegner Garbati (anno 2006) … Versante che era già stato impoverito negli anni Settanta/Ottanta con lo scavo delle gallerie di raddoppio delle ferrovia esistente (altro che storica) e successivamente (anni Ottanta/Novanta) dallo scavo delle innumerevoli gallerie dell'Autostrada A32 del Frejus! Per finire, per adesso, con lo scavo del cunicolo della Maddalena di Chiomonte che appena terminato ci si è accorti di dover prolungare di mezzo chilometro e che - nonostante i soli 7 chilometri di lunghezza e il piccolo diametro - di acqua ne ha dispersa e avvelenata in modo sproporzionato.

Mentre non si ricorda mai abbastanza che un experise internazionale commissionato dagli stessi proponenti la galleria Tav Torino-Lione aveva quantificato nel fabbisogno di una città di un milione di abitanti l'acqua potabile che sarebbe sparita con lo scavo di 57 chilometri di doppia galleria… Paolo Ferrero - naturalista e guardaparco - ha realizzato qualche anno fa un censimento delle sorgenti disseccate che mostra (attraverso delle slide comprensibili persino da un politico di professione) la evidente interrelazione tra il loro disseccamento e il progredire dello scavi di “Grandiopere”. Mentre scrivo sento l'ormai familiare rumore dei Canadair che fanno la spola ancora tra il lago di Viverone (credo) e le Pendici del Rocciamelone dove sta notte sono state evacuate altre borgate di Monpantero e alcune cascine (anche nel territorio della stessa Susa!).

Ora quel che sto facendo, scrivere, so che è una attività che - per inutilità conclamata - è seconda solo alle visite pastorali dei politici di palazzo, come quella di di Sergio Chiamaparino che di ognuna di queste Grandiopere è stato ed è un fan scatenato. La drammatica notte di Mompantero e Susa appena trascorsa speriamo lo inducano almeno a restarsene nel suo polveroso e fuligginoso ufficio di Piazzacastello e ad uscirne solo per andare a ricevere a Portanuova il suo amico Matteo Renzi di ritorno dal comizio-omelia nella chiesa di Capaccio (Paestum)…

domenica 1 ottobre 2017

Thomas Sankara, il fratello giusto che voleva cambiare l’Africa

Ci sono rivoluzionari che sono diventati, loro malgrado, icone globali. Volti da stampare sulle magliette. Ce ne sono altri invece che sulle t-shirt non ci finiranno mai, forse perché il loro insegnamento può essere ancora pericoloso. A questi ultimi appartiene il Che Guevara d’Africa oppure, semplicemente come ancora oggi lo chiamano i suoi conterranei, Le frère juste, il fratello giusto

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"... e quel giorno uccisero la felicità "
[Silvestro Montanaro,
RAI3]

Thomas Sankara nacque in un piccolo villaggio di nome Yako, in quello che allora si chiamava Alto Volta, il 21 dicembre 1949, terzo di dieci figli. Suo padre era un militare e pure lui ne seguì le orme, fino a diventarne in pochi anni ufficiale di grande popolarità grazie al suo carisma innato. Divenne primo ministro nell’agosto del 1983, in seguito a quello che sui libri viene definito un colpo di stato militare, ma che ebbe successo grazie all’appoggio della popolazione, stanca delle miserie e delle sopraffazioni subite dal governo fantoccio imposto fino ad allora all’ex colonia dalla Francia.
Una mano oscura gli concesse solo quattro anni. Un tempo brevissimo per la politica, sufficiente a Sankara per rivoluzionare il suo Paese. A cominciare dal nome: Alto Volta era un nome deciso a tavolino dalle potenze coloniali, venne cambiato in Burkina Faso, letteralmente La patria degli uomini integri. Il giovane militare ribelle si trova a governare un paese in ginocchio. Una terra di sette milioni di uomini il 98% dei quali non sa leggere né scrivere, dove 1 bambino su 5 muore prima di compiere cinque anni, con un solo medico ogni 50mila abitanti e un reddito pro capite che non arriva a 100 dollari l’anno. Il 4 ottobre 1984 si presenta per la prima volta all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di fronte a lui i leader dell’ex oppressore francese, dei paesi occidentali che con le loro politiche e le loro multinazionali affamano l’Africa e molti altri Paesi del sud del mondo che nulla fanno per i loro cittadini, intenti solo a dividersi le ricchezze. Mentre lo guardano stupiti annuncia il suo programma e li accusa tutti quanti allo stesso tempo: «Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro solo false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere alla felicità, respingendo duramente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono raddoppiati. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi».
Felicità, giustizia sociale, sviluppo economico, benessere e salvaguardia ambientale. Obiettivi che sembrano impossibili da garantire a tutti i cittadini anche nelle nazioni più ricche, da perseguire in una delle nazioni più povere al mondo. «La causa della nostra malattia è politica, quindi politica deve essere la soluzione», sostiene il presidente rivoluzionario. Per prima cosa vuole avvicinare la classe politica alla popolazione: Sankara si percepisce un figlio del popolo e tutti i suoi ministri devono esserlo; vende le costose auto del vecchio governo e le sostituisce con delle Renault 5, livella gli stipendi suoi e dei collaboratori al livello di un operaio specializzato, mentre continua ad abitare nella vecchia casa di famiglia insieme alla madre e ai fratelli. Due chitarre sono i suoi unici averi.
Le sue ricette politiche sono semplici quanto coraggiose, come il suo modo di parlare di fronte ai grandi della terra: terre e miniere sono gestite da compagnie straniere e non portano ricchezza alla nazione? La risposta è nazionalizzarle e metterle al servizio della ricchezza popolare. La mancanza di istruzione rende i cittadini incapaci di perseguire i propri diritti? La scuola diventa obbligatoria, gratuita per tutti e diffusa anche nelle zone più remote del paese. I cittadini muoiono per diarrea, febbre e altre patologie facilmente curabili? Si costruiscono presidi sanitari in ogni villaggio per garantire le cure di base. Ad ogni domanda di base si cercano risposte mirate. Per far fronte alla carenza idrica e all’erosione del territorio causata dalla desertificazione si piantano migliaia di alberi e si costruiscono nuove reti per ottimizzare l’approvvigionamento idrico, per distribuire terre ai contadini si attua la riforma agraria, per far progredire il commercio e la mobilità si inaugura il primo sistema di trasporti pubblici urbani dell’Africa francofona e per migliorare la condizione delle donne, si sancisce la parità tra i sessi e si vieta la pratica dell’infibulazione. In soli quattro anni di governo Sankara migliora l’economia della nazione e garantisce a ogni cittadino istruzione, cure di base, due pasti al giorno e cinque litri di acqua potabile. Un successo straordinario e senza uguali nell’Africa nera. Ottenuto con la ricetta base del socialismo, arricchito da misure concrete per far entrare la popolazione nel processo decisionale della politica tramite esperimenti concreti di democrazia diretta, come l’istituzione nelle province dei Consigli dei contadini, ai quali vengono concessi poteri decisionale in materia di organizzazione del lavoro sui campi, o dei tribunali popolari, dove i lavoratori si trasformano in giudici autorizzati a processare i rappresentanti politici accusati di corruzione.

Per tutti i burkinabè quel giovane militare comunista diventa il fratello giusto, ma fuori dai confini della nazione il numero dei suoi potenti nemici cresce di pari passo con l’aumentare della sua fama tra i poveri di tutta l’Africa. Le élite politiche dei paesi vicini temono che l’esempio del povero Burkina Faso possa sobillare le masse, dimostrando a tutto il continente che la povertà non è un destino immutabile, mentre le grandi potenze – in primis l’ex padrone francese e gli Usa – non possono tollerare che un paese povero si permetta di alzare la testa facendo perdere profitti alle proprie aziende con le nazionalizzazioni, denunciando i crimini del neocolonialismo e stringendo accordi con i nemici giurati dell’Occidente ai tempi della guerra fredda: l’Urss e la Cuba di Fidel Castro. Secondo i potenti del mondo l’Africa deve continuare ad essere un paese povero e soggiogato, da spremere in cambio di materie prime a basso costo.

 
 OUA (Organizzazione per l’Unità Africana),
Addis Abeba, Luglio 1987

Il 29 luglio 1987 Sankara si trova ad Addis Abeba, all’incontro tra i leader dei paesi africani. Decide di denunciare quello che secondo lui è il più brutale dei meccanismi attraverso cui i paesi occidentali tengono sotto scacco l’Africa: il debito. Milioni di dollari da rimborsare ogni anno ai paesi ricchi, i quali concedono dilazioni e sconti solo in cambio di misure politiche gradite, come le privatizzazioni. Prende il microfono e dice: «Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano le nostre economie. Noi non c’entriamo niente con questo debito. Dicono che pagarlo è un obbligo morale, ma invece è non pagandolo che facciamo giustizia. Quelli che ci hanno condotto all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema, ora che perdono esigono il rimborso. No signori, non funziona così. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco». Poi invita tutti i leader africani ad unirsi a lui e rifiutare di pagare il debito, utilizzando i soldi pubblici per avviare progetti in favore della popolazione, perché se non ci sarà unità tra i Paesi africani e solo il Burkina Faso rifiuterà di pagare il debito «non credo che io sarò qui alla prossima conferenza». La platea ride, la prende come una battuta di spirito, ma è l’ammissione profetica di un rivoluzionario che ha capito perfettamente di aver toccato un tasto che lo addita a nemico numero uno delle grandi potenze mondiali.
Passano tre mesi appena e il 15 ottobre Thomas Sankara viene ucciso. Il probabile esecutore materiale è il suo stesso vice, Blaise Compaoré, che tutto l’Occidente si affretterà a riconoscere come nuovo presidente e a sostenere al potere per i successivi 27 anni. Le riforme di Sankara vengono revocate, il Burkina Faso torna ad essere uno dei paesi più poveri al mondo, mentre i suoi politici ricominciano a viaggiare in limousine e le multinazionali straniere tornano a realizzare profitti con le miniere e il cotone. Tutto, insomma, torna al suo posto. Dove si trova ancora oggi.
Si potrebbe pensare che ricordare un personaggio come Sankara a 30 anni dalla morte possa essere solo un’opera storica. Tutt’altro. Proprio in questi tempi di “emergenza rifugiati” significa fare un passo nella comprensione delle ragioni endemiche della povertà dell’Africa e, quindi, dell’emigrazione di massa.

Fiorella Mannoia
"
Thomas SANKARA. Il Presidente del futuro"


Ogni possibile Sankara nel terzo mondo è stato sistematicamente eliminato, sempre con la partecipazione diretta o indiretta delle ex potenze coloniali. Ogni riforma che voleva redistribuire le ricchezze tra la popolazione sottraendole alle grandi aziende straniere è stata soffocata con l’arma del debito. «Aiutiamoli a casa loro», si sente dire spesso oggi: il primo passo per farlo sarebbe quello di benedire la nascita di ogni possibile Thomas Sankara, anziché approvarne (e probabilmente pianificarne) l’uccisione. La storia insegna che fino ad ora i nostri governi si sono impegnati per impedire all’Africa di aiutarsi da sola, costringendo un intero continente a sottostare alle necessità geopolitiche occidentali in cambio di un tozzo di pane sotto forma di aiuti umanitari. Ciò che avviene oggi ne è la conseguenza.


mercoledì 2 agosto 2017

Difesa Civile

Il 14 luglio è stata incardinata nel calendario del Parlamento la Legge di Iniziativa Popolare (LIP) per una difesa civile, non armata.
Una grande e bella notizia.
Noi della DIP aderiamo alla campagna e siamo sicuri che anche molti di voi lo faranno. Non è una battaglia persa… il fatto che la proposta sia stata calendarizzata è di per sé una vittoria.
Bandire la guerra. Avverrà prima o poi.


sabato 22 luglio 2017

WuMing: Tu che straparli di Carlo Giuliani...

Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.
Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:
«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadratura e, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.
La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.
Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenza estesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiesta L’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».
Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

Vi chiediamo giusto un paio di cose:
commentate solo dopo aver visto La trappola e/o letto “L’orrore in Piazza Alimonda” e/o altre controinchieste linkate.
negli eventuali commenti, cerchiamo di andare oltre affermazioni tautologiche come “Sbirri assassini!”. Ci piacerebbe riflettere insieme su come si impongono le verità ufficiali, su quali meccanismi e automatismi si basa la loro costruzione, sugli effetti prodotti dal restringimento dell’inquadratura etc.
Ci interessa smontare le “narrazioni tossiche”.

Uhm… Ci accorgiamo di non averlo scritto da nessuna parte, diamo per scontato che tutti lo sappiano, ma forse va ricordato agli smemorati.
In questi giorni ricorre il 20 luglio.
“Buon” anniversario.




mercoledì 19 luglio 2017

La vera storia del cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte



Da tgvallesusa
Comunicato Stampa

Nel telegiornale del Piemonte delle 19,30 di lunedì 10 luglio l'arch. Virano, direttore di TELT (Tunnel Europeenne Lyon Turin) ha dichiarato che il cunicolo geognostico della Maddalena di Chiomonte è stato realizzato nei modi e nei tempi previsti. Anche in questo caso si tratta di un'affermazione non vera. I tempi di realizzazione del cunicolo previsti dal progetto definitivo erano 36 mesi, mentre invece i lavori sono terminati dopo 50 mesi, fermandosi però 500 metri prima del previsto. Lo scavo era iniziato il 1° dicembre 2012 ed è terminato il 1° febbraio 2017; considerato che sono stati scavati 500 metri in meno si può calcolare un aumento dei tempi del 50%, ciò che in un'opera ad appalto è considerato un fallimento.

Eppure, ancora a fine dicembre 2013, nella relazione annuale in Prefettura, con le dichiarazioni ufficiali riportate da “La Valsusa” e da “Luna nuova”, Virano aveva garantito con fermezza, e va sottolineata la forza con la quale prese l'impegno, che l'opera sarebbe stata finita entro il 31 dicembre 2015. Quindi non si sarebbe perso il contributo europeo che scadeva in tale data. Per quanto riguarda i costi, il tunnel di 7020 metri (e non di 7550 metri come doveva essere) è costato 173 milioni di euro invece dei 143 milioni fissati dal CIPE: tenendo conto della parte non realizzata, l'aumento dei costi è stato del 29% e non si possono imputare i maggiori costi alla sicurezza, perchè questi oneri, compresi quelli per i mezzi meccanici messi a disposizione delle Forze dell'ordine, sono stati a carico del Ministero dell'Interno.

Il grande interrogativo che Virano dovrebbe spiegare resta comunque per quale motivo TELT abbia abbandonato lo scavo prima di terminarlo e cosa ci fosse in quei 500 metri che doveva scavare e non ha scavato.

Il presidente