mercoledì 28 giugno 2017

Il sistema militare USA è il maggior inquinatore del mondo



Centinaia di basi gravemente contaminate
Whitney Webb**

Producono una quantità di rifiuti tossici superiore a quella delle cinque maggiori industrie chimiche del Paese. Il Dipartimento per la difesa ha lasciato la sua eredità tossica dappertutto: uranio impoverito, petrolio, carburante aereo, pesticidi, defolianti come l'Agente Orange, piombo e altre sostanze inquinanti.

La settimana scorsa i principali mezzi di comunicazione hanno dato ben poco risalto alla notizia che la base navale USA a Virginia Beach ha riversato qualcosa come 94.000 galloni di carburante per aerei in un corso d'acqua nelle vicinanze, a meno di un miglio dall'Oceano Atlantico. Certamente non si è trattato di un evento catastrofico come in altri casi di perdite da oleodotti, ma mette in luce un fatto ancora poco conosciuto - che il Dipartimento della Difesa americano è il più grande inquinatore non solo degli USA, ma del mondo intero.

Nel 2014 l'ex capo del programma ambientale del Pentagono dichiarò alla rivista Newsweek che il suo ufficio doveva occuparsi di 39.000 siti contaminati -per una estensione complessiva di 19 milioni di acri- nel solo territorio degli Stati Uniti.

Le basi militari USA, sia in patria che all'estero, sono tra i luoghi più inquinati del mondo: i perclorati e altri componenti dei combustibili di aerei e missili hanno contaminato le falde superficiali di acqua potabile, le falde profonde e il suolo.

Sono centinaia le basi militari presenti nella lista compilata dall'EPA (Environmental Protection Agency) dei ‘Superfund sites', siti per i quali è prevista l'erogazione di fondi governativi speciali per la bonifica. Dei quasi 1.200 siti elencati, quasi 900 sono luoghi un tempo utilizzati a scopi militari e ora abbandonati, oppure basi ancora in attività.

John D. Dingell, un politico del Michigan ora in pensione, veterano di guerra, sostiene che quasi tutte le basi militari del Paese sono gravemente inquinate. Una di queste è Camp Lejeune a Jacksonville, nel Nord Carolina. L'inquinamento di questa base si estese, nel periodo dal 1953 al 1987, a causa dell'immissione nella falda acquifera di una significativa quantità di sostanze carcerogene, fino ad avere conseguenze letali.

Tuttavia solo nel febbraio scorso il governo ha autorizzato coloro che erano stati espostialle sostanze inquinanti a Lejeune di presentare richieste ufficiali diindennizzo. Anche in molte basi militari fuori dagli USA le fonti di acqua potabile sono state contaminate: la base più famosa è la Kadena Air ForceBase a Okinawa (in Giappone).

In più gli Stati Uniti, che da soli hanno eseguito più test nucleari di tutte le altre Nazioni messe insieme, sono anche responsabili dell'elevato tasso di radioattività che persiste in molte isole dell'Oceano Pacifico.
Gli abitanti delle Isole Marshall, sulle quali gli USA sganciarono più di 60 bombe nucleari tra il 1946 e il 1958, e della vicina Guam, ancor oggi presentano percentuali molto elevate di casi di tumore.

Anche le regioni del Sud-Ovest furono scelte per sperimentare numerosi ordigni nucleari, e le esplosioni contaminarono enormi estensioni di terra. Inoltre - sempre in queste zone - le comunità degli IndianiNavajo che vivono nelle riserve sono soggetti ad alte dosi di radioattività provenienti da miniere di uranio, ormai abbandonate, che venivano utilizzate dai contractors militari.

Uno dei più orribili lasciti di inquinamento ambientale dei militari USA si trova in Iraq, dove le azioni di guerra hanno trasformato in deserto il 90% del territorio, distruggendo le produzioni agricole e obbligando il Paese a importare più dell'80% del cibo dall'estero.

Oltre all'uso di uranio impoverito in Iraq durante la Guerra del Golfo, i comandi militari USA - dall'invasione del 2003 in poi - hanno utilizzato la tecnica dell'incenerimentoall'aperto per smaltire i rifiuti, provocando un aumento significativo dei casi di cancro sia nei militari americani che nei civili iracheni.

Secondo le stime del Dottor Jawal Al-Ali, un medico di Bassora che fa anche parte del Royal College dei medici di Londra, i casi di tumore sono diventati 12 volte più frequenti rispetto al 1991 (AP/Enric Marti).

I documenti che testimoniano i danni ambientali provocati in passato dai militari USA indicano un approccio non sostenibile: eppure questo non li ha dissuasi dal progettare apertamente future contaminazioni ambientali con la scelta di smaltire i rifiuti in modo inadeguato. Nello scorso novembre la Marina USA ha annunciato il suo piano, per l'anno corrente,di riversare 20.000 tonnellate di “stressors” ambientali, ivi inclusi metalli pesanti ed esplosivi, nelle acque lungo le coste nord-occidentali dell'Oceano Pacifico.

Questo progetto, concepito nella sede nord-occidentale del Centro di addestramento e sperimentazione della Marina, tralascia di chiarire che questi “stressors” vengono descritti dall'EPA (l'Agenzia perl'Ambiente) come sostanze pericolose, molte tossiche a livello sia acuto che cronico.
Queste 20.000 tonnellate di ‘stressors' non includono le ulteriori tonnellate (tra 5 e 14 previste) di metalli potenzialmente tossici che la Marina prevede di smaltire ogni anno nelle acque interne lungo il Puget Sound nello Stato di Washington.

In risposta alle preoccupazioni espresse rispetto a questi progetti, una portavoce della Marina ha affermato che i metalli pesanti, e persino l'uranio impoverito, non sono più pericolosi di qualunque altro metallo: un'affermazione che chiaramente rifiuta di accettare dati scientifici. A quanto pare, dunque, le operazioni militari USA svolte per “la sicurezza degli Americani” avranno un costo superiore a quello che la maggior parte della gente immagina - un costo che sarà pagato dalle future generazioni, sia negli Stati Uniti che all'estero.

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** Whitney Webb scrive su mintpress e su diverse riviste on-line (ZeroHedge, the Anti-Media, 21st Century Wire, True Activist ecc.). Attualmente vive in Cile.
 Whitney Webb - MintPress News. Published on 22 May 2017 at
 U.S. Military World's Largest Polluter - Hundreds of Bases Gravely Contaminated
[Traduzione di Elena Camino per CSSR]



sabato 17 giugno 2017

Nicaragua, il NICA ACT


Gli Stati Uniti ci riprovano. In questa assoluta noncuranza della legittimità delle scelte nazionali, ancora una volta gli Stati Uniti si presentano come salvatori dei popoli afflitti da pseudo dittature, da governi che negherebbero le libertà individuali e collettive, da governanti che si arricchirebbero alle spalle dei cittadini abbandonati alla povertà.
Questa volta è toccato al Nicaragua. Ai primi di Aprile, presso il Congresso degli Stati Uniti, la repubblicana Ileana Ros-Lehtinen ed il democratico Albio Sires hanno proposto un progetto di legge definito NICA Act, ovvero Nicaraguan Investment Conditionality Act, col quale si pretende che gli Stati Uniti votino contro i prestiti internazionali destinati al Governo del Nicaragua. Il progetto, infatti, specifica che gli Stati Uniti dovrebbero approvare solo quei prestiti internazionali destinati a “ragioni umanitarie o per promuovere la democrazia” nel Paese. Il NICA Act verrà sospeso, come afferma il progetto stesso, solo nel momento in cui il governo del presidente Ortega decida di promuovere elezioni “libere, giuste e trasparenti”.
I due congressisti ci tengono a precisare che quello instaurato da Ortega sia un regime, nel quale le libertà individuali vengono negate da anni, in cui la popolazione è sempre più povera mentre il Governo si arricchisce e dove non viene dato luogo a libere elezioni.
Per comprendere la vera natura politicamente offensiva del NICA Act è necessario ricordare che Daniel Ortega è stato rieletto presidente lo scorso 6 novembre, per la terza volta consecutiva, con il 72,5% delle preferenze. Il Frente Sandinista rappresenta in Nicaragua il partito più forte, che persegue una politica i cui cardini principali sono “Fé, Familia y Comunidad”, valori dai quali discendono tutti gli altri.
Persino la segreteria generale dell’OEA (Organización de los Estados Americanos) ha espresso, attraverso un comunicato ufficiale (ed anche un messaggio su Twitter del suo segretario, Luis Almagro) una indubbia perplessità circa il contenuto di questa proposta di legge che, si legge appunto nel comunicato, rischia di incrinare i rapporti di collaborazione hanno impegnato alacremente il Paese centroamericano. Ed è decisamente significativo registrare che persino una organizzazione decisamente pro-USA quale l’OEA è si renda conto dell’azione esageratamente ingerente da parte dei due congressisti. Ingerenza che, come abbiamo visto appena una settimana fa, è stata esercitata dalla medesima organizzazione contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela senza alcuna insicurezza.
Il fatto è ci troviamo dinanzi ad uno Stato, quello del Nicaragua, che ha avuto e continua ad avere con gli Stati Uniti un ottimo rapporto economico, essendo il principale Paese col quale intrattiene i rapporti economici. Una misura di questo tipo, qualora approvata, andrebbe a rovinare tali rapporti generando, inoltre, un clima che non contribuisce affatto alla costruzione della stabilità, del dialogo e del progresso di cui i cittadini nicaraguensi necessitano e per i quali tanto si sta spendendo il Governo di Ortega. Questo, d’altronde, non è il primo tentativo: già nel 2015 il Congresso degli Stati Uniti d’America aveva approvato una legge non troppo dissimile dal NICA Act, la Consolidated Appropriations Act 2016, nella quale si autorizzavano prestiti multilaterali a Honduras, El Salvador e Guatemala con limiti simili a quelli richiesti nell’odierno progetto di legge destinato al Nicaragua.
In un Paese in cui la spesa interna è stata indirizzata, prima della altre cose, al rafforzamento e allo sviluppo di sanità e istruzione di qualità ma che, per troppi anni, è stato vittima di politiche neoliberiste, togliere il diritto di ricevere prestiti internazionali equivale a strozzare la vita e le possibilità del popolo del Nicaragua.
Tutto questo, ovviamente, nel tentativo di porre fine all’esperienza di Ortega, all’indirizzo socialista del suo governo, e di attaccare l’ennesimo Paese non allineato dell’America Latina.
Dietro la richiesta di sovrintendere i prestiti per la pace, la sicurezza, la lotta alla criminalità vi è quella “esportazione della democrazia” e lo sfregio delle libertà sovrane dei popoli di cui abbiamo, purtroppo, una memoria troppo fresca.
Ribadendo il carattere offensivo del progetto di legge NICA Act, affermiamo la vicinanza e la solidarietà attiva al popolo nicaraguense e alle sue legittime istituzioni, compresa l’Ambasciata del Nicaragua in Italia.
Contro l’imperialismo, per la difesa dell’autodeterminazione dei popoli.
Giusi Greta Di Cristina,
responsabile nazionale Dipartimento Esteri PCI per le relazioni con l’America Latina

Dichiarazione ufficiale del Governo del Nicaragua in risposta alla proposta di legge NICA Act:
NOTA DE PRENSA
El Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional ha conocido esta tarde la disposición de un grupo de Congresistas norteamericanos, identificados por sus posiciones radicales e injerencistas, de reintroducir la llamada Nica Act.
Esta tarde, ratificando esa condición de extremistas y promotores del irrespeto a los Modelos de Democracia Protagónica con Idiosincrasia y Carácter propios, los Congresistas que en Septiembre del año pasado instalaron una Propuesta hostil contra el Derecho del Pueblo nicaragüense al Bienestar, la Seguridad, el Trabajo y la Paz, volvieron a irrumpir en el panorama político pre-electoral, en coincidencia con ciertos agrupamientos de Ciudadan@s nicaragüenses, identificad@s con las Políticas norteamericanas más retrógradas.
Al presentar la Nica Act 2017, este grupo de Congresistas pretende vulnerar el Derecho de Nicaragua, nuestro Pueblo y Gobierno, a continuar desarrollando nuestro Modelo Cristiano, Socialista y Solidario, donde la Democracia, el Diálogo, las Alianzas y la búsqueda de Consensos, garantizan Tranquilidad, Armonía Social y Esperanza.
 La Nica Act 2017 és una amenaza más, de las muchas que a lo largo de la Historia se han cernido sobre Nicaragua, en el afán de las mentalidades imperialistas de apropiarse de nuestro País. És un nuevo intento de concederse el Derecho de intromisión destructiva en nuestros Asuntos Nacionales.
 La pretensión irracional, inoportuna e improcedente de este grupo de Congresistas de conocidas posiciones extremas, sólo apunta a desestabilizar un País donde las Personas somos prioridad, donde vivimos tranquil@s, en el arraigo de una valiosa Cultura Religiosa, Familiar y Comunitaria, que cultivamos como Patrimonio Especial.
Nicaragua seguirá siendo Baluarte, Ejemplo, y Fortaleza de la Estrategia de Seguridad de Centroamérica y del Continente Nuestroamericano, trabajando, como lo hemos hecho, y lo seguimos y seguiremos haciendo, para combatir el Narcotráfico, la Delincuencia y el Crimen Organizado, y para fortalecer Fronteras que impidan el avance del Terrorismo Internacional.
 Nicaragua, consolida y consolidará su Modelo de Reconciliación, Trabajo, Paz y Unidad, empeñados en la Responsabilidad de un Estado y un Gobierno que ha sido reconocido por sus Logros Sociales, Económicos y de Seguridad, reconocido también por la Eficacia, Eficiencia y Transparencia de su Administración.
 Nuestra probada Capacidad para gobernar, manejando responsablemente la Economía, nos ha convertido en un País con Crecimiento Sostenido, donde los Avances en la Lucha contra la Pobreza son visibles e innegables.
 La Nica Act aparece como una Propuesta, ciega, sorda, e irracional, concebida por mentes insensibles, mal intencionadas, y cerradas completamente a reconocer el Derecho de l@s nicaragüenses a vivir alejad@s de los conflictos de Tiempos Pasados, habitando, por Gracia de Dios, Tiempos Nuevos, Tiempos de Victorias, Tiempos de Buen Juicio, Tiempos de Buena Esperanza, Tiempos de Sabiduría, Tiempos de Proclamación de Buenas Nuevas.
 Estaremos pendientes del desarrollo de esta Iniciativa funesta, que no representa el Corazón, la Racionalidad, o la Compasión que obliga al Ser Humano a actuar como Herman@. Una Iniciativa que niega el Conocimiento, la Conciencia, y sobre todo, la Dignidad del Amor.
 Nicaragua seguirá promoviendo el Trabajo, el Bienestar, y la Paz. Nicaragua seguirá forjando Alianzas positivas e inteligentes, que procuren Unidad por el Bien Común.
 Nicaragua seguirá promoviendo su Modelo de Fé, Familia y Comunidad con la Dignidad y la altura propias de nuestros Aprendizajes y de un Liderazgo Hábil, Eficaz, Experimentado, Sabio y Prudente.

Managua, Abril 5 del 2017
Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional

venerdì 9 giugno 2017

Italia: sestuplicato l'export di armamenti

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare ne' sul suo sito personale, ne' sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra /“I risultati che contano”/ messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”.  Eppure è stata la miglior /performance/ del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l'esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l'incremento è del  581% .
Una vera manna per l'industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E' tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

*Renzi e il motto di Baden Powell*
Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull'Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po' migliore di come lo abbiamo trovato”. L'imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell'UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E' in questa zona - che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma - che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

*Il basso profilo della sottosegretaria Boschi*
 Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l'anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile.  L'ha trasmessa l'ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”. Al resto - cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente - la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”.
La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l'esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia”: autorizzare l'esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell'Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

*I meriti della ministra Pinotti*
Non c'è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E' alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il pregio di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica”- commentava l'allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un'ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo”- aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo.
Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante gli slittamenti della data dovuti - secondo fonti ben informate - alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.
Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti - spiegava il comunicato della Difesa- “che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell'impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell'area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale.
I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all'export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l'accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

*Le dichiarazioni dell'ex ministro Gentiloni*
Una menzione particolare spetta all'ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E' lui, ex-catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in risposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un'interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un'industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l'Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell'Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d'arma vietati”.
Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.
Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un'interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all'Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l'Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l'Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad “avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte dell'UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall'Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

*Ventimila bombe da sganciare in Yemen*
Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un'assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell'Onu non solo ha dimostrato l'utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).
Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all'Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l'incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all'Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell'autorizzazione all'esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l'azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l'anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).
La legge n. 185/1990 vieta espressamente l'esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell'articolo 11 della Costituzione”, ma - su questo punto - nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l'attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell'esportazione di sistemi militari?

Giorgio Beretta*

venerdì 19 maggio 2017

Il naufragio dei bambini, strage senza colpevoli

Nel 2013 la Marina italiana poteva salvare i migranti, ma l'ufficiale ordinò: "Andate via". Nel disastro morirono 268 persone
Fabrizio Gatti, Repubblica.it


La Marina militare italiana si nascondeva. Il peschereccio crivellato di colpi con a bordo 480 profughi siriani in tutto, il dottor Mohanad Jammo, sua moglie, i loro tre figli e altri 100 bambini, sta affondando a 61 miglia a Sud di Lampedusa. Ma da via della Storta 701 a Roma il Comando in capo della squadra navale, il Cincnav, ordina a nave Libra di togliersi di mezzo. Proprio così: deve nascondersi per non farsi vedere dalle motovedette maltesi.

Sono le 15.37 dell'11 ottobre 2013. La Libra dall'inizio dell'emergenza è l'unità più vicina, appena 17 miglia, un'ora di navigazione. Il capitano di fregata Nicola Giannotta, 43 anni, ufficiale in servizio alla centrale operativa aeronavale telefona a Luca Licciardi, 47 anni, capo sezione attività correnti della sala operativa del Cincnav. Gli chiede che cosa deve riferire alla Libra. La risposta di Licciardi è questa: "Che non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette... te lo chiami al telefono, oh, stanno uscendo le motovedette, non farti trovare davanti ai coglioni delle motovedette che sennò questi se ne tornano indietro".

Malta è lontana 118 miglia. La motovedetta maltese è ancora a più di due ore. Il capitano Giannotta obbedisce e chiama la Libra. Ordina che si tolga dalla congiungente tra Malta e il barcone, la rotta più breve. Con le seguenti parole: "Perché se vi vede a un certo punto (la motovedetta maltese)... eh, gira la capa al ciuccio e se ne va". E così l'ultima salvezza, la nave militare comandata da Catia Pellegrino, 41 anni, l'unico ufficiale davvero all'oscuro dello scaricabarile, si allontana oltre l'orizzonte, portandosi a 19 miglia nella direzione opposta al barcone. A quell'ora potrebbero ancora salvarli tutti. Il peschereccio si rovescia alle 17.07, dopo cinque ore di inutile attesa dalla prima richiesta di soccorso alla Guardia costiera. Almeno duecentosessantotto morti, sessanta bambini, quasi tutti caduti in mare e mai più ritrovati.
La motovedetta maltese, il pattugliatore P61, arriverà sul punto del disastro soltanto alle 17.51. Nave Libra addirittura più tardi, alle 18. Riescono a tirare a bordo duecentododici persone. Scende la sera. E molti bimbi che i sopravvissuti giurano di aver visto in acqua aggrappati a tavole di legno non appaiono nell'elenco dei superstiti. Nel buio sono finiti alla deriva per sempre.

"Ricordo perfettamente il dramma di quel naufragio", dice Enrico Letta, capo del governo in quei terribili giorni: "Questa nuova tragedia dell'11 ottobre, insieme con quella della settimana prima a Lampedusa, ci spinse a varare subito l'operazione Mare nostrum. Ci sono momenti in cui il salvataggio delle vite umane è questione di ore, se non di minuti. E mi resi conto che non si poteva lasciare la soluzione di queste vicende alla mercé della buona volontà o della casualità, ma bisognava costruire un quadro giuridico ben preciso perché non ci fossero morti. Io sono orgoglioso della soluzione che trovammo, perché servì a salvare migliaia di vite. Anni dopo resto convinto che quel modello vale anche oggi".

NESSUN REATO, TUTTO REGOLARE - La Procura di Roma ritiene che il comportamento tenuto dagli ufficiali della Marina sia regolare. Il 3 aprile di quest'anno, con un atto firmato dal procuratore Giuseppe Pignatone e i sostituti Francesco Scavo Lombardo e Santina Lionetti, viene chiesta l'archiviazione per gli unici quattro indagati. Sono il capitano Giannotta, il collega Licciardi, la comandante Pellegrino e Leopoldo Manna, capo della centrale operativa di Roma della Guardia costiera, tutti sotto inchiesta per omissione di soccorso. Nelle undici pagine della richiesta, da cui abbiamo estratto le telefonate del Comando della squadra navale, i magistrati scrivono che l'azione dei quattro "può ritenersi rispettosa della complessa e dettagliata disciplina del settore". Secondo Pignatone e i due sostituti procuratori, gli ufficiali non erano consapevoli del reale pericolo a bordo del peschereccio. L'indagine affidata alla Guardia di finanza, però, sembra non aver preso in considerazione le precise informazioni riferite alla Guardia costiera da Mohanad Jammo, 44 anni, il medico di Aleppo che con un telefono satellitare dal barcone alla deriva chiamava la sala operativa di Roma e della Valletta. Scartate anche parte delle conversazioni tra il Cincnav e la Guardia costiera e tra questa e le Forze armate di Malta durante le quali, alla formale richiesta dei maltesi, gli ufficiali italiani negano l'invio di nave Libra. Sono le stesse che sentiamo nel videoracconto "Il naufragio dei bambini" pubblicato da L'Espresso e Repubblica.

Un'altra inchiesta contro ignoti è stata aperta ad Agrigento. Qui il procuratore Renato Di Natale, l'aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto Silvia Baldi hanno chiesto l'archiviazione perché, secondo loro, la responsabilità dell'omissione di soccorso è delle autorità di Malta: "L'imbarcazione dei migranti si trovava inequivocabilmente nelle acque territoriali di quel Paese", scrivono i magistrati. Forse una svista: le acque territoriali arrivano a 12 miglia, il dottor Jammo e tutti gli altri sono fermi a 118 miglia da Malta. In realtà il peschereccio, pur essendo molto più vicino a Lampedusa, è nell'area di competenza maltese per le attività soccorso. Alle richieste di archiviazione hanno presentato opposizione i genitori che hanno perso i loro bambini, assistiti dagli avvocati Arturo Salerni, Gaetano Pasqualino e Alessandra Ballerini. Il loro appello alla giustizia è ora nelle mani dei giudici.

LE TELEFONATE MAI ASCOLTATE - Le informazioni che il dottor Jammo riferisce al tenente di vascello Clarissa Torturo, 40 anni, l'ufficiale di servizio alla centrale di Roma, sono inequivocabili e ben comprese. Tanto che l'allora comandante della Guardia costiera, l'ammiraglio Felicio Angrisano, le riporta in una lettera inviata a L'Espresso nel 2013: "Ore 12.39... presenza a bordo di due bambini bisognevoli di cure... unità che con motore fermo, imbarca acqua", scrive l'ammiraglio. A quell'ora Jammo dice che l'acqua nello scafo ha raggiunto il mezzo metro. Difficile sostenere che non si sappia del pericolo.

Alle 14.35 l'ufficiale di servizio a Roma, parlando con le Forze armate di Malta, scopre che non hanno ricevuto la parte di fax con cui la Guardia costiera chiedeva ai maltesi di assumere il coordinamento dei soccorsi. Due ore perse. Nonostante questo, la Marina continua a nascondere nave Libra. Alle 15.12 l'operatore Butera di Cincnav chiama il tenente Torturo per avere aggiornamenti. "Malta ha risposto: assumo il coordinamento", spiega Torturo: "Gli abbiamo detto che c'è una unità della Marina in zona. Non gli abbiamo dato posizione e niente". "Ah, ok", risponde Butera. A quell'ora la Libra, molto adatta quel tipo di soccorso, è ad appena 17 miglia. Il mercantile più vicino è a 70. Malta dirotta una sua motovedetta, ma è ancora lontanissima. E alle 15.37 i superiori di Butera, Luca Licciardi e Nicola Giannotta, ordinano a Catia Pellegrino di andare a nascondersi.
Alle 16.38 Antonio Miniero, 42 anni, tenente di vascello della Guardia costiera, telefona al capitano Giannotta della Marina. Gli dice che Malta ha mandato un aereo sui profughi alla deriva e i piloti hanno scoperto che la Libra è praticamente lì, a 19 miglia. Vogliono dare istruzioni alla nave, essendo i maltesi l'autorità di soccorso competente. La richiesta di Malta è ufficiale. "Sarebbe il caso...", suggerisce Miniero. "Un attimo, io qua ne devo parlare con il capo ufficio operazioni", risponde Giannotta. Alle 16.44 Licciardi, il capo ufficio, contatta Giannotta: "E chiude la telefonata dicendo che a nave Libra non devono dire niente", annotano i magistrati romani nella richiesta di archiviazione. Solo alle 17.04, all'ennesimo sollecito di Malta, il comando della Marina ordina a Catia Pellegrino di avvicinarsi. Tre minuti dopo il barcone dei bambini si rovescia. E la Libra è ancora lontana.


mercoledì 26 aprile 2017

VENEZUELA, prove di guerra civile


  Quanti morti servono per riprendere il dialogo? E portare il paese alle elezioni?




La lunga e drammatica crisi venezuelana divide radicalmente le opinioni degli osservatori, esperti e politici, in particolare in America Latina. Intanto la situazione è sempre più critica: in pochi giorni i morti sono ormai saliti a 21 (30 al momento della pubblicazione sul ns. blog, NdR). Da giorni, a diverse ore della giornata, in tutte le principali città del Paese gli scontri fra le due parti si moltiplicano e la spirale della violenza non si ferma. Ovviamente la situazione venezuelana divide anche l’opinione pubblica ovunque e anche i media. C’è chi dà ragione al governo del Presidente Nicolás Maduro e ai partiti che lo appoggiano: otto, di cui 4 con rappresentazione parlamentare. Invece c’è ch
i sostiene i partiti dell’opposizione riuniti nel Tavolo per l’unità democratica (MUD): sedici di cui 13 con rappresentanza parlamentare. Nell’Assemblea Nazionale, parlamento unicamerale, il governo ha 55 voti e le opposizioni 112 (Legislatura 2016-2021).
Dentro il Paese le cose però sono un po’ più articolate perché una parte dei venezuelani, abbastanza minoritaria, si colloca in questa dialettica descritta e si tratta spesso di gruppi guidati e manipolati dai sostenitori o dai contrari al governo. Sono minoranze ma rumorose e sanno avvalersi con astuzia dei media che, divisi anche essi in due posizioni, partecipano con entusiasmo al gioco.
L’immensa maggioranza del Paese vive, meglio sopravvive, in un’altra dimensione: contrari o favorevoli a Maduro sono milioni di venezuelani che cercano ogni giorno di passare la giornata e garantirsi un minimo per il domani. Loro non hanno tempo per far parte attiva dello scontro che dilania e devasta la nazione venezuelana. Le loro teste si trovano in un’altra dimensione che, naturalmente, è lontana anni luce dalla guerra tra le oligarchie che hanno preso in ostaggio il Paese. Se nelle manifestazioni di questi giorni sono scesi per strada 6 milioni di venezuelani, cifra senza riscontro e verifica plausibili, si tratterebbe solo del 20% della popolazione totale (30.410.000).
In Venezuela nessuna delle parti, governo e opposizioni, rappresentano una soluzione; anzi, governo e opposizioni sono il vero problema, in particolare il fatto che nessuna riconosce l’altro come vero interlocutore. Da quattro anni almeno il Paese è paralizzato, ingabbiato, in discesa continua, dall’odio reciproco, dalla mediocrità politica, dalle ambizioni smisurate dei leader o presunti tali e dalla confusione mentale che colpisce in uguale maniera ciò che resta del “chavismo” senza Chávez (Maduro e i suoi, forti solo perché sostenuti dalla maggioranza delle Forze armate) e ciò che viene chiamato opposizione ma che in realtà è un raggruppamento di 4 o 5 pretendenti alla poltrona di Maduro con la propria parvenza di partito politico.
Questo antagonismo dei protagonisti, non particolarmente sinceri e lineari, maestri del gioco tattico, meschini, senza visione lungimirante sul futuro del Paese e, in realtà, senza particolare interesse vero per il popolo, ormai allo stremo, non ha mai permesso il decollo di un dialogo e tutti coloro, e sono tanti, che hanno provato a mediare e/o facilitare l’incontro tra le parti sono stati impallinati dall’una e dall’altra parte. E’ accaduto con la buona volontà di Papa Francesco e della diplomazia vaticana, con l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) guidata dall’ex Presidente colombiano Ernesto Samper, con l’autorevole assistenza di tre politici di primo ordine: l’ex Premier spagnolo Rodríguez Zapatero, gli ex governanti Leonel Fernández (Repubblica Dominicana) e Martín Torrijos (Panamà). Non solo. Le parti, in particolare Maduro e gli uomini forti del “chavismo”, hanno fatto, tra bugie e acrobazie verbose, orecchie da mercante di fronte ai consigli saggi e tempestivi dei governi di Cuba, del Cile, della Bolivia, del Nicaragua e di tanti altri come le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la stessa Russia di Putin così come della Cina e dell’Algeria.
L’una e l’altra parte è convinta che può schiacciare l’avversario e quindi non sono mai stati sinceramente disposte al dialogo e per dare una parvenza di giustificazione al proprio settarismo si sono arrampicate su mille tralicci ideologici, a volte farneticanti. Ora sembrerebbe che tutti e due hanno imboccato la strada dello scontro e della violenza, prove di guerra civile. Il penultimo errore prima della catastrofe.
A questo c’è una sola via che può evitare il peggio: la mobilitazione dei governi dell’America Latina, ma non solo, dell’ONU e dell’Unione Europea per costringere le parti ad andare al voto per rinnovare le più alte cariche dello Stato e i governatori degli stati ma anche l’Assemblea Nazionale dando garanzie su un processo elettorale breve, pulito e sotto osservazione internazionale, ma anche garanzie sul rispetto dei risultati.
La stampa riferisce che, Papa Francesco avrebbe espresso al Ministro degli Affari esteri dell’Argentina, signora Susana Malcorra, la sua angoscia e preoccupazione per la situazione in Venezuela e il suo desiderio di mantenere fermo l’impegno in favore del dialogo tra le parti. Simile concetto avrebbe ribadito alla Ministro argentina il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin. E’ l’unica via sensata e possibile per fermare la violenza ormai senza freni. Occorre però che, in particolare, i governi latinoamericani esercitino pressioni per indurre le parti alla ragionevolezza, e cioè alle elezioni. A questo punto, seppure con ritardo, è urgente restituire al popolo venezuelano il suo diritto a decidere e quanto sarà eventualmente deciso nelle urne deve essere rispettato da tutti.
La Chiesa cattolica in Venezuela, trascinata spesso alla propria causa da parte delle opposizioni, violentamene attaccata e contestata dal governo, può avere un ruolo decisivo se riesce a far passare i veri contenuti della sua posizione altrimenti, come accade già oggi, sarà immischiata in un conflitto gravissimo. Deve essere chiarissimo che la Chiesa non è patrimonio politico di nessuno e che non è sua missione deporre o insediare governi. Spetta alla Chiesa la difesa del bene comune dei venezuelani e oggi questo bene comune si chiama “soluzione politica del conflitto”. Occorre dunque chiarire ogni ambiguità e i vescovi dovrebbero agire in modo più compatto evitando di moltiplicare commenti e analisi in una situazione tanto ingarbugliata che a volte basta una sola parola poco felice per trarre conseguenze fuorvianti. Occorre più compattezza dietro alle esortazioni di Papa Francesco e dietro a quanto ormai dice dal giorno della sua elezione.

giovedì 20 aprile 2017

Saviano: Gabriele Del Grande e la libertà di tutti

C'è sempre un complotto pronto per giustificare gli arresti: le centinaia di giornalisti, scrittori, oppositori incarcerati da Ankara ne stanno pagando il prezzo
L'ARRESTO di un reporter potrebbe sembrare a qualcuno un atto di barbarie distante compiuto da un regime autocratico, un atto che non riguarda la nostra democrazia. Ma non è così. La detenzione di Gabriele Del Grande rientra in un percorso strategico preciso del governo di Erdogan: il leader di Ankara vuole dimostrare che chiunque racconti liberamente cosa accade in Turchia delegittima il Paese, alimenta quel clima di diffamazione agitato dai media neo-ottomani.

Nell'immaginazione di Erdogan la stampa non controllata da lui è sempre una stampa pagata e corrotta da qualcuno: controllarla e censurarla diventa — per il regime — un atto legittimo di un governo sovrano che tutela la sua immagine. È un'argomentazione molto simile a quella che si ascolta nei dibattiti gonfi di veleno che si svolgono sui social, sono argomentazioni in grado di accalappiare — come si fa con un animale preso alla gola — il consenso.

Gabriele non ha commesso alcun reato, non voleva fare altro che raccontare quello che vedeva e di cui veniva a conoscenza. Raccogliere testimonianze dirette è diritto e dovere di qualsiasi giornalista: diritto che dovrebbe essere tutelato in qualsiasi democrazia. Ma il suo arresto riguarda tutti non solo perché Gabriele è innocente.

La Turchia non si allontana semplicemente dall'Europa dei diritti, ma dimostra che sta iniziando un nuovo percorso autoritario che rischia di suggestionare tutte le forze populiste del mondo: quello di affermare che qualsiasi racconto diretto, libero e non negoziato con l'autorità sia un attacco compiuto per conto di gruppi di potere che possono essere di volta in volta gli occidentali, gli ebrei, i massoni e qualsiasi nemico immaginario il regime abbia bisogno di inventare all'occasione. C'è sempre un complotto pronto per giustificare gli arresti: le centinaia di giornalisti, scrittori, oppositori incarcerati da Ankara ne stanno pagando il prezzo.

Per Erdogan i diritti più elementari, come quello della libertà d'espressione, sono semplicemente dettagli e chi li rivendica è un nemico dello sviluppo del Paese. Queste tesi potrebbero essere messe nella bocca di tutti quei leader del mondo che invece di rispondere alle critiche politiche delegittimano chi le pronuncia.

Ecco perché la vita di Gabriele riguarda la nostra vita e i ritardi inspiegabili con cui la Farnesina è intervenuta mostrano quanto non ci si renda conto dell'importanza internazionale di questo caso. Difendere Gabriele equivale a difendere nel mondo la libertà d'espressione.






"MOBILITATEVI PER ME", le iniziative






giovedì 30 marzo 2017

Taranto, Europa

Lettera PeaceLink alla Commissione Europea "A Taranto evidenze di gravità estrema emerse recentemente che confermano una situazione sanitaria inaccettabile legata alle emissioni industriali"




NAFTALENE NELLE URINE DELLE DONNE

La Commissione Europea da oggi sa che a Taranto le donne urinano naftalene.
Nella lettera si legge: "Il naftalene, fra gli IPA cancerogeni, è la principale emissione in massa della cokeria. Esso è classificato dallo IARC, l’Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro, fra le sostanze appartenenti al gruppo 2B, ossia fra i cancerogeni possibili. I bambini esposti al naftalene hanno mostrato segni di danno cromosomico, come riportato dalla letteratura scientifica".

WIND DAYS, IMMUNODEPRESSI A RISCHIO

PeaceLink continua a rimarcare non accettabilità del rischio sanitario collegato ai Wind Days.
"La situazione a Taranto, - si legge nella lettera alla Commissione Europea - nonostante la minore produzione dell’Ilva, continua a non essere accettabile dal punto di vista sanitario. Prova ne sono i “wind days”, ossia i giorni di vento dall'area industriale in cui la salute delle fasce della popolazione più fragile è in pericolo (bambini, anziani, cardiopatici, immunodepressi, etc.), come si evince dalle indicazioni precauzionali della ASL che invita ad aprire le finestre nelle ore di minore inquinamento, ovvero tra le ore 12 e le ore 18.

STUDIO FORASTIERE 2016, ECCESSO DI INFARTI

Ma la prova schiacciante che il rischio sanitario sia inaccettabile a Taranto viene dall'aggiornamento dello Studio Forastiere 2016, uno studio epidemiologico che PeaceLink segnala alla Commissione Europea in questi termini:
"L’esposizione alle polveri industriali è responsabile di un +4% di mortalità e di un incremento specifico della mortalità per tumore polmonare del +5%.
Inoltre, alle polveri industriali è associato un incremento del +10% per infarto del miocardio, il che significa che tali polveri producono non solo un impatto a lungo termine (tumore polmonare) ma anche un impatto immediato in quanto gli infarti avvengono, come dimostra lo studio in oggetto, negli stessi giorni in cui si verificano incrementi di polveri sottili provenienti dall’area industriale".

Alla luce di questi dati - concludono Antonia Battaglia, Fulvia Gravame, Luciano Manna e Alessandro Marescotti - "Peacelink chiede quali altre violazioni al diritto comunitario debbano verificarsi affinché la Commissione Europea intervenga a protezione dei cittadini di Taranto e degli operai dell’Ilva".

ALLEGATO:
Redazione Peacelink

mercoledì 22 marzo 2017

Stop Glifosato

PER L'ECHA GLIFOSATO NON CANCEROGENO, MA NON SI SA NULLA SU ESPOSIZIONE PROLUNGATA

LA COALIZIONE #STOPGLIFOSATO: “PARERE VIZIATO DA UN CONFLITTO D’INTERESSI SULLA PELLE DEI CITTADINI”


  L’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha deciso oggi che il glifosato non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, ma seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”. L’assoluzione è arrivata nonostante l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla pericolosità del noto diserbante.
"Una conclusione – sottolinea la portavoce della Coalizione #StopGlifosato Maria Grazia Mammuccini – che non convince e a cui si è arrivati esaminando gli studi pregressi, compresi quelli delle aziende produttrici. Abbiamo lanciato già alcuni giorni fa l’allarme sul possibile conflitto di interessi di alcuni membri della Commissione che ha emanato questo parere. Almeno tre di loro hanno lavorato per società di consulenza del settore chimico, interessate a sostenere il glifosato e a non far partire un serio ripensamento sull’uso globale dei pesticidi nell’agricoltura europea”.
Inoltre, come ammette la stessa ECHA, questo parere è basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”.
Per Patrizia Gentilini, dell’Isde- Associazione medici per l’ambiente, “in altre parole, secondo il controverso parere dell’ECHA (formulato considerando anche studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e condotti dall’industria produttrice), in se stesso il glifosato non indurrebbe in modelli sperimentali il cancro o mutazioni genetiche. Questo parere, secondo quanto dichiarato dalla stessa agenzia, esclude la valutazione dei rischi da esposizione prolungata di esseri umani (agricoltori e consumatori), sui quali l’ECHA paradossalmente non si esprime. Ma è proprio l’esposizione sia professionale che residenziale o attraverso l’acqua e gli alimenti, che rappresenta un rischio per la salute delle persone, specie delle frange più vulnerabili quali donne in gravidanza e bambini”.
Per la Coalizione italiana #StopGlifosato “questo parere ‘parziale’ indurrà la Monsanto a tirare un respiro di sollievo. Molto meno sollevati sono i cittadini europei che si trovano di fronte a un giudizio sostanzialmente avulso dalla realtà dei rischi quotidiani. Per questo occorre sostenere la raccolta di firme per l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) indirizzata al parlamento e alla Commissione Ue, affinché ascoltino gli allarmi che vengono da una buona parte della comunità scientifica e decretino l’eliminazione dell’erbicida dai campi europei. In meno di due mesi questa iniziativa di legge popolare contro il glifosato è stata firmata da mezzo milione di cittadini: occorre raddoppiare l’impegno e presentare il milione di firme necessario per ottenere un cambiamento di rotta nelle politiche del laissez faire sulla salute e sulla pelle dei cittadini”.
Le 45 Associazioni riunite della Coalizione italiana #StopGlifosato lanciano un appello a tutti i cittadini per firmare e promuovere l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) contro il glifosato, per far sentire alla Commissione europea la propria voce contro l’uso del glifosato e contro un modello di agricoltura non più sostenibile basato sull’utilizzo della chimica di sintesi lungo tutta la filiera agroalimentare.
Sono già tanti i cittadini che hanno sottoscritto la petizione #StopGlifosato, ma dobbiamo essere sempre di più per spingere la Commissione Ue ad assumere la decisione finale sull’uso del diserbante a tutela degli interessi generali delle persone e non degli interessi particolari delle multinazionali della chimica.

Firma la petizione ICE
http://www.stopglifosato.it/petizione-ice-stopglyphosate/

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)
 
Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI - AIAB - ANABIO- APINSIEME – ASSIS - ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA - ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ - CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali - CONSORZIO DELLA QUARANTINA - COSPE ONLUS - DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA - EQUIVITA - FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO - FEDERAZIONE PRO NATURA - FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA - FIRAB - GREEN BIZ - GREEN ITALIA - GREENME – GREENPEACE - IBFAN- ITALIA - IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST - ISDE Medici per l’Ambiente - ISTITUTO RAMAZZINI - ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE - LIPU-BIRDLIFE ITALIA - MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO - NAVDANYA INTERNATIONAL - NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE - PAN ITALIA – Pesticide Action Network - REES-MARCHE - SLOW FOOD ITALIA - TERRA NUOVA - TOURING CLUB ITALIANO - UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO - VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ - WWF ITALIA - WWOOF-ITALIA

 La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514
 
Gli uffici stampa:
Ufficio stampa AIAB: Michela Mazzali,- m.mazzali@aiab.it – Cell. 348 2652565
Ufficio Stampa Lipu : Andrea Mazza andrea.mazza@lipu.it Cell. 3403642091 Ufficio Stampa WWF : Cristina Maceroni, c.maceroni@wwf.it – Cell. 329.8315725 Ufficio Stampa Ufficio stampa Legambiente: Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it - Cell. 349.0597187 , Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it - 06.86268353
Ufficio stampa Associazione Biodinamica: Silverback, Greening the Communication – Francesca Biffi f.biffi@silverback.it - cell: 333 2164430