sabato 1 novembre 2014

Brasile, Tunisia, Ucraina, Uruguay...

Domenica 26 ottobre si è votato per le elezioni presidenziali in Brasile e in Uruguay, per rinnovare il Parlamento della Tunisia e per eleggere i parlamentari in Ucraina. Anche se in alcuni casi il conteggio dei voti è ancora in corso e i dati sono parziali, è possibile già farsi un’idea di chi abbia vinto dove e come. (Il Post)

Brasile
La presidente uscente Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori, ha vinto il ballottaggio contro il rivale del Partito Socialdemocratico Aecio Neves: ha ottenuto il 51,6 per cento dei voti, mentre Neves si è fermato al 48,4 per cento. Durante il suo discorso della vittoria, Rousseff ha detto di voler essere “un presidente migliore rispetto a ciò che sono stata finora” e ha poi invitato tutti i brasiliani a unirsi “per un migliore futuro del Brasile”, annunciando di essere aperta al dialogo e che questo sarà uno dei tratti essenziali del suo nuovo mandato. Grazie alla sua vittoria, il Partito dei Lavoratori ha ormai un proprio esponente alla presidenza dal 2002: il primo mandato di Rousseff era iniziato nel 2010 ed era stato preceduto da due mandati di Luiz Inacio Lula da Silva.

A Belo Horizonte, Aecio Neves ha riconosciuto la sconfitta e ha ringraziato “gli oltre 50 milioni di elettori” che hanno comunque votato per lui. Anche Neves ha parlato della necessità di mantenere unito il Brasile, il cui elettorato ha dimostrato di essere equamente diviso tra i due principali partiti del paese.




Ucraina
I partiti filo-europei sono in ampio vantaggio alle elezioni parlamentari: a oltre un quarto dei voti scrutinati, il Fronte Popolare dell’attuale primo ministro, Arseny Yatseniuk, è al 21,7 per cento, seguito di poco dall’alleato Blocco di Poroshenko al 21,6 per cento, costituito dal gruppo di partiti e movimenti che sostengono il presidente Petro Poroshenko. Nella notte Poroshenko ha ringraziato gli elettori per avere reso possibile la formazione di una “maggioranza democratica, riformista, filo-ucraina e filo-europea”. La netta affermazione dei due partiti dovrebbe portare a una nuova stretta collaborazione tra Yatseniuk e Poroshenko, entrambi impegnati a fare avvicinare l’Ucraina alle politiche economiche, e non solo, dell’Unione Europea, allontanando il paese dall’influenza del governo russo. Gli incontri per formare una nuova coalizione di maggioranza dovrebbero iniziare già lunedì.
Stando ai dati, ancora parziali, il Blocco delle opposizioni che sostiene l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich ha ottenuto circa il 9,6 per cento dei voti, più di quanto si aspettassero molti analisti. Si tratta di una percentuale sufficiente per essere rappresentati all’interno del Parlamento. L’Unione Pan-Ucraina “Patria” guidata dall’ex primo ministro Yulia Timoshenko è andata meno bene del previsto, fermandosi al 6 per cento, una quantità di voti sufficiente per avere comunque qualche seggio all’interno del nuovo Parlamento. Ventisette seggi rimarranno vacanti perché rappresentano collegi che si trovano nella Crimea – occupata e annessa dalla Russia – o nelle zone orientali controllate dai ribelli filo-russi in cui non è stato possibile organizzare il voto. Per i dati definitivi occorrerà attendere il prossimo 30 ottobre, salvo ritardi.


Uruguay
Alle presidenziali, Tabaré Vazquez – il candidato di sinistra del Fronte Ampio, il partito del presidente uscente José Mujicaha ottenuto secondo i primi risultati circa il 46 per cento dei voti, superando di oltre dieci punti Luis Alberto Lacalle, del Partito Nazionale di centrodestra. Nessuno dei due ha però ottenuto più del 50 per cento dei voti, e per questo motivo nel paese si dovrà tenere un ballottaggio a novembre. Pedro Bordaberry, il candidato di centrodestra arrivato terzo con il 14 per cento, ha già detto che sosterrà Lacalle: secondo i media dell’Uruguay l’esito del ballottaggio sarà difficilmente prevedibile.
 
Vazquez è stato tra i protagonisti del successo del Fronte Ampio ed è già stato presidente, vincendo le elezioni del 2004 e diventando il primo presidente di sinistra dell’Uruguay. Le sue politiche – tese a maggiori aperture per il mercato e per una intensa riforma dello stato sociale – gli fecero ottenere molti consensi, ma alla fine del mandato non poté ricandidarsi perché in Uruguay non è possibile rimanere presidenti per due turni consecutivi. Mujica durante il proprio mandato ha seguito molte delle politiche avviate da Vazquez. Lacalle ha puntato invece tutta la campagna elettorale sulla necessità del cambiamento, dichiarandosi inoltre contrario alla discussa legge in fase di approvazione sulla liberalizzazione della marijuana.
In Uruguay si è votato anche per il rinnovo del Parlamento. Stando ai risultati non ancora definitivi, né il Fronte Ampio né il Partito Nazionale hanno ottenuto una maggioranza.



Tunisia
Sono state le prime elezioni organizzate dopo l’approvazione della nuova Costituzione a inizio anno. Il conteggio dei voti è ancora in corso e richiederà tempo prima di essere completato, ma Appello della Tunisia (Nidaa Tunes), un’alleanza di partiti laici, ha già detto di avere ottenuto più di 80 seggi nel nuovo Parlamento, che ne ha in tutto 217. Sempre secondo i dati dell’alleanza, il partito di ispirazione religiosa e considerato moderato Ennahda avrebbe ottenuto circa 67 seggi. Ennahda era la forza di maggioranza relativa nell’attuale Parlamento uscente. Secondo diversi osservatori i risultati ufficiali non dovrebbero differire molto e potrebbero quindi segnare una sensibile sconfitta per Ennahda.
Il prossimo 23 novembre sempre in Tunisia si terranno le elezioni presidenziali, le prime regolari dopo la rivoluzione del 2011 che portò alla deposizione dell’allora presidente Ben Ali.


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La Tunisia, chiamata alle urne domenica 26 ottobre dopo tre anni dalla cosiddetta “Rivoluzione della dignità”, ha dovuto scegliere i 217 membri che andranno a sedersi nel nuovo Parlamento per i prossimi cinque anni. È stato chiaro sin da subito che la sfida maggiore si sarebbe giocata tra il partito islamico Ennahda e il partito modernista Nidaa Tounes. Dai risultati dell’Isie (L’Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni), Nidaa Tunes è risultata in testa con 85 seggi contro i 69 di Ennahda e in terza posizione l’Upl, l’Unione patriottica libera, con 16 seggi davanti al Fronte Popolare di Hamma Hammami con 15 seggi. L’affluenza alle urne, rispetto ai cittadini registrati (l’iscrizione era obbligatoria, ndr) è stata del 61,8% nei confini nazionali e del 29% all’estero. Il tutto svoltosi in un clima tranquillo, nonostante non siano mancate le difficoltà, soprattutto per i tunisini all’estero: «Lì molte persone, registratesi volontariamente per le elezioni – riferisce Leila Chraibi Ayadi, membro dell’Atide, Associazione Tunisina per l’integrità e la Democrazia delle Elezioni, presente con 408 osservatori volontari all’estero e 2.693 nei confini nazionali – non hanno trovato il proprio nome sui registri e non hanno potuto esercitare il loro diritto di voto. In altri casi l’Isie ha cambiato la sede dei seggi senza informare gli elettori e aggiornare le informazioni sul suo sito internet».
Anche in Tunisia sono state rilevate diverse infrazioni: tra le altre, ritardi nell’apertura di diversi seggi, propaganda elettorale davanti ad alcuni seggi, la non neutralità politica di alcuni presidenti e nel 6% dei seggi, le urne non sono state aperte prima del voto davanti agli osservatori per dimostrare che fossero vuote. «Rispetto alle elezioni del 2011 – dice Marysa Impellizzeri – in cui il popolo aveva fiducia nel cosiddetto “partito di Dio”, si riscontra una certa disillusione e sfiducia nei suoi confronti, anche negli strati sociali più bassi della popolazione, dovuta alla propaganda strumentale, all’aumento delle violenze e all’abuso di potere.» Marysa si è stabilita a Tunisi da gennaio di quest’anno, ma il suo legame con il Paese è ben più profondo: fa parte dei cosiddetti “italiani di Tunisia”, la numerosa comunità emigrata in Tunisia che dopo l’indipendenza fu costretta a tornare in Italia. Genitori nati e cresciuti a Tunisi, Marysa ha lasciato la culla della primavera araba da piccola, vivendo tra Torino, Milano e Bergamo, per poi decidere di ritornarci. «Molti elementi hanno contribuito alla minore affluenza: tra questi, anche la quantità smisurata di partiti. Per un popolo che era abituato ad un solo partito, lontano dalla cultura del confronto e del dibattito, non è una scelta facile. Il guardiano del mio stabile mi ha detto: “Con tutti questi partiti, non so chi votare”. Per i problemi avuti all’estero, sicuramente c’è una parte di disorganizzazione, ma anche una parte di dolo. Agire sull’assenteismo è un fattore sicuro». E conclude: «Io come italiana di Tunisia spero che vinca la libertà, come l’ho sempre vissuta qui. La libertà di integrarsi, di mescolarsi e la laicità. I tunisini sono un popolo la cui cultura è venuta alla luce grazie a questo mescolarsi, senza che nessuno abbia perso la propria identità».
Cinzia Anelli abita a Sahline (Monastir) dal 1997, insieme al marito, tunisino, e i loro tre figli. Dal 1999 ha ottenuto la cittadinanza tunisina, ma ha deciso di non votare: «Non sono interessata alla politica – spiega -: mi sembra un minestrone di idee troppo pagate. Se fosse retribuita come un normale lavoro salariato si vedrebbero molte più persone oneste e veramente elette e supportate dal popolo. In attesa che succeda, niente voto». Sui risultati commenta: «Si sapeva già che non c’erano vincite nette. È più importante una collaborazione che un contrasto, altrimenti si creeranno le fazioni e il paese ripiomberà nel malcontento precedente. In queste elezioni nonostante la caterva di liste e di nomi sconosciuti i tunisini si sono trovati piuttosto ben organizzati: circa 3000 volontari hanno seguito e supervisionato seggi e svolgimento e vi erano pattuglie di polizia ovunque, per controlli e domande. Hanno fermato anche noi». E per quanto riguarda le priorità che il nuovo governo dovrà darsi aggiunge: «Incentivare l’occupazione creando nuovi posti di lavoro con compensi adeguati al costo della vita: un uomo occupato potrà mantenere la famiglia, mandare i bambini a scuola, vestirli, comprare il necessario senza fuggire su un canotto verso l’ignoto. Aumentare le specializzazioni dei giovani, incentivando con stage e corsi la possibilità di lavorare. Poi tutto il resto: problemi dei rifiuti, aule sovraffollate, potenziamenti della rete ferroviaria, e via dicendo, cose comuni a tutti i Paesi. Inoltre ricordarsi delle vittime della rivoluzione, non con medaglie o commemorazioni, ma con supporti tangibili alle famiglie. Cercare di sviluppare l’ entroterra, sempre dimenticato e magari, ciliegina sulla torta, paesi confinanti che si mantengono in pace senza rifilarci i loro problemi».
Al di là dei risultati, l’attenzione ora si concentra sulle alleanze, necessarie per governare il Paese: per governare sono difatti necessari 119 seggi. I tunisini dovranno ritornare alle urne il 23 novembre, per votare il presidente della Repubblica: dopo quella data Nidaa Tounes deciderà il da farsi. E per i cittadini tunisini non resta che attendere.

Giada Frana,
CorSera MI

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