giovedì 19 aprile 2018

[Iran] Paradosso

Tra tutte gli elementi che ci sono nella lingua, in letteratura e in generale, io amo di più il paradosso. Forse perché ci vivo dentro.


Questo è il muro della redazione del giornale BiGhanoon dove lavoravo. Il proprietario del palazzo ha deciso che il giornale porta troppi guiai e vuole costruire un appartamento nuovo e darlo in affitto a un gruppo di avvocati e medici.
Mentre io non c'ero, i miei colleghi hanno traslocato, prima del nuovo anno, e ora sono in un altro posto, per fortuna più vicino a me, anche se non posso più lavorare con loro (e con nessuno). Paradosso.

Prima di traslocare, però, hanno deciso di scrivere una mia frase sul muro, per ricordarmi, perché non c'ero al tempo del trasloco.
Il muro verrà giù tra un po'; e comunque leggerla lì, vederla, mi riempie di gioia e di tanto dolore. Paradosso.

Fisso il muro; tanti ricordi belli e brutti.
Amo e odio la mia terra.
Paradosso.

E capisco. Non vivo in un grande paradosso.
Sono io il paradosso.


ایستادم. نیامدی. حالا گنجشک ها در من لانه کرده اند.
(rimasi in piedi. Tu non arrivasti. Ora in me gli uccellini hanno fatto nido)

Jass.


  

lunedì 26 marzo 2018

Giustizia per Marielle

Uccisa a Rio Marielle Franco: aveva denunciato gli omicidi nelle favelas

Trentotto anni, la consigliera comunale è stata assassinata con quattro colpi di pistola alla testa.
I sicari hanno anche ucciso il suo autista e ferito lievemente una sua assistente

Marielle era nata e cresciuta alla Maré, il vergognoso benvenuto di Rio de Janeiro per chi sbarca all’aeroporto internazionale. Dietro tristi pannelli, ufficialmente antirumore, e tra i fetori di un mare morto da tempo, vivono 130.000 abitanti in quello che è definito «complesso» di una dozzina di favelas. Il tassista che sfreccia verso gli alberghi sulle spiagge raccomanda finestrini chiusi. Per l’odore nauseabondo e il «non si sa mai».
Veniva da qui Marielle Franco, 38 anni, consigliere comunale, morta ammazzata mercoledì sera a causa della lotta coraggiosa per i diritti della sua gente, povera e di colore come lei. In primo luogo il diritto di non finire ammazzata per mano degli squadroni della polizia. E la sua è stata una vera e propria esecuzione. Sapevano tutto: che lei era in quell’auto, seduta dietro, sono andati a colpo sicuro nonostante la notte e i vetri scuri.
Dalla macchina affiancata al semaforo sono partiti dieci colpi, che hanno ucciso Marielle insieme ad Anderson Gomes, l’autista. In perfetto stile mafioso: tappare una bocca e spaventare le altre.
Era appena uscita da un dibattito pubblico sul tema a lei più caro, la violenza sulle donne nelle aree di rischio, tutto filmato sui social. E alle 21,30, nel mezzo di un’importante partita del Flamengo per la coppa Libertadores, il tam tam della rete ha sconvolto la vita dei tanti abitanti di Rio che la conoscevano e l’avevano votata.
Nel 2016, esordiente in politica, Marielle Franco aveva preso 46.000 preferenze, la quinta più votata alle comunali. Militava in un piccolo partito di sinistra, il Psol, da sempre in prima linea a Rio sul tema dei diritti umani. Con il leader del partito, Marcelo Freixo, Marielle aveva lavorato per anni. A causa delle loro accuse sugli abusi di forza della polizia, qualcuno li definiva «amici dei banditi». Freixo è anche diventato personaggio di un film sulla violenza a Rio che ha fatto il giro del mondo, Tropa de Elite.
Ha dunque il suo primo omicidio eccellente la nuova guerra di Rio de Janeiro, deflagrata dopo i «fasti» dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi. Con la classe politica corrotta spazzata via dai giudici, i narcos e le milizie paramilitari si sono ripresi gli spazi perduti negli anni in cui la città era sotto gli occhi del mondo.
Il governo centrale ha risposto commissariando Rio con i militari, e il governatore è stato esautorato da un generale poche settimane fa. Contro questa misura estrema, possibilmente foriera di altre morti e brutalità nelle favelas, lottava Marielle Franco.
Qualche giorno fa, il suo gruppo politico aveva convocato a Rio i giornalisti stranieri per lanciare una iniziativa di monitoraggio e denuncia sull’intervento dei militari a Rio. Ma chi l’ha uccisa dunque? La polizia corrotta, le milizie, i narcos? In tanti potrebbero aver avuto questo interesse.
Quattro giorni prima di morire Marielle aveva denunciato la morte ingiustificata di due giovani, alla periferia nord di Rio, per mano della polizia. Appena poche ore prima dell’agguato, aveva scritto su Twitter: «Quante altre persone dovranno morire prima che questa guerra finisca?». Soltanto la scorsa notte a Rio sono state ammazzate cinque persone. Tra loro Marielle e Anderson.

Rocco Cotroneo,
Corriere.it del 15 marzo 2018
 
 

 


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"Giustizia per Marielle"


domenica 25 marzo 2018

La guerra dell’acqua, 500 conflitti per conquistarla

I rapporti di Onu e Cia: “Le risorse idriche sono una vera emergenza”
Roberto Giovannini, LaStampa

Per l’acqua si combatte: finora sono documentati dalla Banca Mondiale ben 507 conflitti legati al controllo delle risorse idriche. Tra tanti, l’esempio della guerra civile in Siria, dove secondo molti esperti la sequenza di molti anni di siccità ha certamente contribuito allo scatenarsi della crisi. E di questo passo, in un pianeta sovrappopolato e il cui equilibrio climatico sta cambiando in una direzione sfavorevole, c’è il rischio che per la sempre più strategica acqua si combatterà e si morirà.

Entro il 2030 - lo dicono i dati delle Nazioni Unite -addirittura il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress idrico. E perfino la Cia, in un suo documento, ha affermato che «le questioni idriche sono principalmente una questione di stabilità mondiale». Anche se il 70 per cento del pianeta Terra è coperto dall’acqua (di cui in questi giorni ricorre la Giornata mondiale, NdR), di questa risorsa fondamentale per la vita soltanto una parte piccolissima, lo 0,5 per cento, è acqua dolce e potenzialmente utilizzabile per gli umani e per i loro miliardi di animali da allevamento. Per metterci le mani sopra si combatte militarmente, ma anche economicamente: così come da tempo avviene per i terreni agricoli e per le risorse minerarie, già oggi Stati e aziende sono al lavoro per accaparrarsi l’acqua. Sottraendola ad altri Stati o -cosa molto più facile - a comunità locali colpevoli di vivere vicino a una risorsa di valore immenso.

Dopo il land grabbing, dunque, è già suonata l’ora del water grabbing, un neologismo che probabilmente diventerà in futuro di uso sempre più comune. È di questo fenomeno che parla Water grabbing, le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (EMI editore), un libro firmato da Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto - dice - e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide». Già oggi quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo vivono senza acqua potabile sicura, «nonostante ormai da otto anni l’Onu abbia dichiarato il diritto umano all’acqua come primario e indiscutibile», afferma Iannelli, presidente del Water Grabbing Observatory. Una situazione che rischia di peggiorare, visto che non ci sono norme internazionali in grado di mettere la museruola agli appetiti idrici di Stati e multinazionali. Appetiti che qualche benemerita iniziativa di ripubblicizzazione di una risorsa che dovrebbe essere di tutti non riescono a frenare. Mentre paradossalmente si spreca in modo colossale, tra infrastrutture inadeguate e sistemi agricoli e urbani dall’impatto non più sostenibile. E il preziosissimo liquido viene utilizzato senza troppi pensieri per il fracking di gas e petrolio, che spesso porta a un inquinamento delle falde, o per la produzione di energia elettrica. Il prezzo del water grabbing, intanto, lo pagano i più deboli. Il libro racconta le conseguenze umane della costruzioni di monumentali dighe, come quella delle Tre Gole in Cina, che ha comportato il trasferimento forzato di 1,2 milioni di persone, o quella Gibe III in Etiopia, che ha sconvolto la vita di 400 mila poverissimi Oromo. O indirettamente: sono i più poveri ad essere travolti dai conflitti militari e dalle tensioni politiche. In Siria, ma anche tra India e Cina per il controllo del fiume Brahmaputra, tra Autorità palestinese e governo israeliano, tra Cina, Vietnam, Laos e Cambogia per il controllo del Mekong.
E l’Italia? I numeri dicono che le riserve idriche si sono dimezzate in appena sette anni. Siamo davvero convinti di non essere coinvolti?

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La sfida globale perché sia un diritto per tutti
Michel Temer
(Presidente della Repubblica Federativa del Brasile)

L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base - tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e condizione per la vita umana - è un diritto. Eppure 2 miliardi di persone nel mondo sono prive di una fonte d’acqua sicura in casa; circa 260 milioni, più dell’intera popolazione brasiliana, devono camminare più di mezz’ora per raggiungerla e 2,3 miliardi hanno carenza di servizi igienici. Garantire l’accesso a questo bene è una delle principali sfide del nostro tempo.

In Brasile si concentra il 12% dell’acqua dolce del pianeta, eppure non siamo immuni dai problemi relativi all’acqua. Le grandi città hanno affrontato la mancanza di approvvigionamento, ma persiste l’inaccettabile carenza di servizi igienico-sanitari. È nota la sofferenza che le siccità causano nel Nordest brasiliano. Per rispondere a tali pressanti domande ospitiamo in questi giorni a Brasilia l’ottavo Forum Mondiale dell’Acqua, con più di 40 mila partecipanti provenienti da oltre 160 Paesi. Sono presenti capi di Stato e di governo, governatori e sindaci, parlamentari e magistrati, rappresentanti di organizzazioni internazionali e del mondo accademico, del settore privato e della società civile. Una diversità di attori che arricchisce il Forum. La scelta del Brasile come Paese ospitante del più importante evento globale sulle risorse idriche non stupisce. Abbiamo già ospitato Rio 92 e Rio +20, in cui si è sottolineato lo stretto rapporto tra sostenibilità idrica e sviluppo.

Più di recente, siamo stati tra i primi a ratificare l’Accordo di Parigi su una delle principali minacce al diritto all’acqua: il cambiamento climatico. Questo tradizionale protagonismo estero è ancorato a misure concrete sul piano interno. Il Brasile è consapevole che acqua e servizi igienico-sanitari sono sinonimi di preservazione ambientale e noi abbiamo fatto della sicurezza idrica il pilastro delle nostre politiche per l’ambiente.
Per preservare i corsi d’acqua, abbiamo implementato il programma «Piantatori di fiumi», con l’impiego di strumenti digitali nella difesa delle sorgenti e delle aree di preservazione permanente. Abbiamo fatto grandi progressi anche nella protezione delle foreste, ampliando le aree di conservazione e invertendo la curva della deforestazione in Amazzonia, in precedenza in ascesa. E stiamo per creare due vaste aree di tutela della biodiversità marina. È così, proteggendo gli ecosistemi, che proteggeremo le nostre fonti d’acqua.

Avere acqua è essenziale, ma non sufficiente. È necessario che essa raggiunga chi ne ha bisogno. Proprio di questo tratta un antico progetto, la trasposizione del fiume São Francisco, che stiamo ultimando a beneficio di 12 milioni di abitanti del Nordest. Già concluso l’asse che porta acqua in Pernambuco e Paraíba, siamo ora nella fase finale del tratto che raggiungerà il Ceará.

Nel contempo, non trascuriamo la sostenibilità: abbiamo lanciato il progetto «Novo Chico», teso alla rivitalizzazione del fiume São Francisco. Quanto ai servizi igienico-sanitari, stiamo concludendo un progetto di legge teso a modernizzare il quadro normativo del settore e incoraggiare nuovi investimenti. A spingerci è la ricerca per l’universalizzazione di questo servizio di base.

Questo è il Brasile che ospita il Forum Mondiale dell’Acqua: un Brasile in cerca di soluzioni comuni per problemi globali, che fa e continuerà a fare la propria parte per preservare la nostra risorsa naturale più preziosa.

sabato 17 marzo 2018

Microplastica nelle bottiglie d’acqua, allarme contaminazione

Tracce di microplastiche sono state trovate nell’acqua in bottiglia di oltre il 90 per cento dei marchi più diffusi. A rivelarlo è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità secondo la quale i livelli di plastica nelle bottiglie sono circa il doppio di quelli che si trovano nell’acqua del rubinetto.
L’analisi è stata condotta su 259 bottiglie 11 marchi diversi di 9 paesi del mondo, e in media sono state trovate 325 particelle di plastica per ogni litro di acqua venduta. Lo studio arriva in seguito a un’inchiesta dell’organizzazione giornalistica Orb Media.
Delle 259 bottiglie testate, solo 17 erano prive di plastica. Le analisi sono state condotte dall’Università di Fredonia, negli Stati Uniti.
Gli scienziati che hanno lavorato al rapporto hanno dichiarato di aver trovato circa il doppio delle particelle di plastica nell’acqua in bottiglia rispetto a un precedente studio sull’acqua del rubinetto.

Secondo il nuovo studio, il tipo più comune di frammento di plastica trovato era il polipropilene, lo stesso tipo di plastica utilizzato per realizzare i tappi di bottiglia. Le bottiglie analizzate sono state acquistate negli Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico, Libano, Kenya e Tailandia.
Gli scienziati hanno usato il colorante rosso Nilo per fluidificare le particelle nell’acqua. Questo colorante tende ad aderire alla superficie della plastica ma non alla maggior parte dei materiali naturali.
Lo studio non è stato pubblicato su una rivista e non è stato sottoposto a una peer review scientifica.
I marchi analizzati sono Aqua (Danone), Aquafina (PepsiCo), Bisleri (Bisleri International), Dasani (Coca-Cola), Epura (PepsiCo), Evian (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Brunnen), Minalba (Grupo Edson Queiroz), Nestlé Pure Life (Nestlé), San Pellegrino (Nestlé) e Wahaha (Hangzhou Wahaha Group).

“Le microfibre di plastica sono facilmente presenti nell’aria. Chiaramente ciò si sta verificando non solo all’esterno ma all’interno delle fabbriche”, hanno detto gli scienziati.
Il problema delle microplastiche è diventato allarmante e più grave di quanto ipotizzato. Jacqueline Savitz, del gruppo di ricerca Oceana, ha dichiarato: “Sappiamo che la plastica si sta formando negli animali marini e questo significa che anche noi siamo esposti”.
Nestlé ha criticato la metodologia dello studio, affermando in una dichiarazione alla CBC che la tecnica che usa la colorazione rossa del Nilo potrebbe “generare falsi positivi”.
La Coca-Cola ha detto alla BBC di avere metodi di filtrazione rigorosi, ma ha riconosciuto l’ubiquità delle materie plastiche nell’ambiente, il che significa che le fibre di plastica “possono essere trovate a livelli minimi anche in prodotti altamente trattati”.
Un portavoce della Gerolsteiner ha affermato che anche la società non può escludere che la plastica entri nell’acqua imbottigliata da fonti aeree o da processi di imballaggio. Il portavoce ha dichiarato che le concentrazioni di materie plastiche in acqua derivanti dalle proprie analisi erano inferiori a quelle consentite nei prodotti farmaceutici.

giovedì 15 marzo 2018

Cumhuriyet, per ora niente lieto fine

Cumhuriyet” [Repubblica, NdR] è il più antico quotidiano turco ancora in circolazione, fondato nel 1924. Il direttore e alcuni giornalisti sono stati arrestati nel 2015 e rilasciati nel 2016. Il direttore dell’edizione online è stato arrestato nel 2017 per un’inchiesta sulla morte sospetta di un procuratore capo. Lo hanno seguito in carcere altri giornalisti del quotidiano, come ricorda Can Dündar in questo articolo.


Il film “The Post" fa pensare al destino del giornale “Cumhuriyet”.
Quando nel nuovo film di Steven Spielberg ho visto quello che accadde al “Washington Post”, allorché fece conoscere come il governo USA aveva ingannato il popolo sulla guerra del Vietnam, ho pensato involontariamente al mio giornale “Cumhuriyet”, quando scoperchiò le bugie del governo turco a proposito della fornitura di armi in Siria. Quello che i miei colleghi vissero al “Washington Post”, una generazione fa, lo stiamo vivendo noi oggi alla stessa maniera.
In che modo sfacciato i governi si nascondano dietro la scusa del “segreto di stato” per celare le loro menzogne lo si può vedere in due scene. Quando Nixon nello studio ovale urla: “Quello che fanno questi giornalisti è alto tradimento! Bloccate le pubblicazioni, avviate le indagini!”, vediamo un politico che oggi ispira Erdogan. La somiglianza dei pubblici ministeri americani, che minacciano di arrestare il redattore capo del “Post”, coi pubblici ministeri turchi che ci hanno messo in carcere e ci volevano tenere per tutta la vita dietro le sbarre, ci è di ammonimento.
Quando vediamo come i giornalisti, nonostante le pressioni, le minacce e i rischi, si impegnino al servizio della verità e difendano i loro resoconti, noi pensiamo ai nostri colleghi che oggi conducono la lotta per la verità sottoposti a una massiccia pressione. Noi sappiamo che la persecuzione è una parte inevitabile, necessaria della lotta per la libertà di parola, che viene condotta da centinaia d’anni.
E’ naturale che tra il caso del “Washington Post” e del “Cumhuriyet”, accanto a molte somiglianze, ci siano anche notevoli differenze: il nostro film non è ancora arrivato al lieto fine del “Post”.
A questo proposito due sono gli elementi interessanti: il primo è che in Turchia non ci sono più giudici indipendenti che possano firmare un verdetto in cui si stabilisce il principio che “la stampa non serve a coloro che governano, ma a coloro che sono governati”. Se la Giustizia statunitense degli anni Settanta fosse stata agli ordini del governo, come oggi accade in Turchia, la storia sarebbe stata scritta in modo diverso. Questa è la prova più importante del fatto che senza uno stato di diritto e la divisione dei poteri non può esserci alcuna libertà di stampa.
La seconda differenza consiste nel fatto che la solidarietà, che gli altri media americani dimostrarono al “Washington Post”, non si è manifestata per il “Cumhuriyet”. Al contrario, l’attacco principale è venuto proprio dai media “al servizio di coloro che governano”. Questo spiega perché Erdogan, prima della presidenza, decise di diventare patron dei media. Come si spiega anche con gli attuali attacchi di Trump contro i media.
A un’altra cosa ancora fa pensare il film “The Post-L’editrice”(*): il “Cumhuriyet” viene pubblicato da una fondazione indipendente. Esso non ha, quindi, un capo. Di conseguenza anche gli “amici del capo” non hanno possibilità alcuna di intervenire nella politica editoriale del giornale. Il film dimostra una volta di più che l’indipendenza dei media è così fondamentale che non può essere lasciata alla benevolenza dell’editore.
I “Pentagon Papers” prepararono la fine di un governo che mentiva al popolo, e consolidarono la fama di un giornale che scoperchiò la verità. Il “Cumhuriyet”, invece, è oggi un giornale, la cui dirigenza è in prigione, perché ha smascherato un governo che mentisce al popolo..
Comunque, non c’è menzogna che viva più a lungo della verità.
La storia della stampa presenta centinaia di esempi a favore del fatto che sono i difensori della verità, alla fin fine, a eliminare coloro che cercano di occultarla.
Ed è giusto che sia così.




Can Dündar,
Die Zeit” 8/2018 del 14 febbraio 2018


(*) “L’editrice” [“Die Verlegerin”] è il titolo con cui è uscito in Germania il film “The Post”, che in Italia ha mantenuto il titolo originale.