domenica 1 ottobre 2017

Thomas Sankara, il fratello giusto che voleva cambiare l’Africa

Ci sono rivoluzionari che sono diventati, loro malgrado, icone globali. Volti da stampare sulle magliette. Ce ne sono altri invece che sulle t-shirt non ci finiranno mai, forse perché il loro insegnamento può essere ancora pericoloso. A questi ultimi appartiene il Che Guevara d’Africa oppure, semplicemente come ancora oggi lo chiamano i suoi conterranei, Le frère juste, il fratello giusto

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"... e quel giorno uccisero la felicità "
[Silvestro Montanaro,
RAI3]

Thomas Sankara nacque in un piccolo villaggio di nome Yako, in quello che allora si chiamava Alto Volta, il 21 dicembre 1949, terzo di dieci figli. Suo padre era un militare e pure lui ne seguì le orme, fino a diventarne in pochi anni ufficiale di grande popolarità grazie al suo carisma innato. Divenne primo ministro nell’agosto del 1983, in seguito a quello che sui libri viene definito un colpo di stato militare, ma che ebbe successo grazie all’appoggio della popolazione, stanca delle miserie e delle sopraffazioni subite dal governo fantoccio imposto fino ad allora all’ex colonia dalla Francia.
Una mano oscura gli concesse solo quattro anni. Un tempo brevissimo per la politica, sufficiente a Sankara per rivoluzionare il suo Paese. A cominciare dal nome: Alto Volta era un nome deciso a tavolino dalle potenze coloniali, venne cambiato in Burkina Faso, letteralmente La patria degli uomini integri. Il giovane militare ribelle si trova a governare un paese in ginocchio. Una terra di sette milioni di uomini il 98% dei quali non sa leggere né scrivere, dove 1 bambino su 5 muore prima di compiere cinque anni, con un solo medico ogni 50mila abitanti e un reddito pro capite che non arriva a 100 dollari l’anno. Il 4 ottobre 1984 si presenta per la prima volta all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di fronte a lui i leader dell’ex oppressore francese, dei paesi occidentali che con le loro politiche e le loro multinazionali affamano l’Africa e molti altri Paesi del sud del mondo che nulla fanno per i loro cittadini, intenti solo a dividersi le ricchezze. Mentre lo guardano stupiti annuncia il suo programma e li accusa tutti quanti allo stesso tempo: «Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro solo false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere alla felicità, respingendo duramente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono raddoppiati. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi».
Felicità, giustizia sociale, sviluppo economico, benessere e salvaguardia ambientale. Obiettivi che sembrano impossibili da garantire a tutti i cittadini anche nelle nazioni più ricche, da perseguire in una delle nazioni più povere al mondo. «La causa della nostra malattia è politica, quindi politica deve essere la soluzione», sostiene il presidente rivoluzionario. Per prima cosa vuole avvicinare la classe politica alla popolazione: Sankara si percepisce un figlio del popolo e tutti i suoi ministri devono esserlo; vende le costose auto del vecchio governo e le sostituisce con delle Renault 5, livella gli stipendi suoi e dei collaboratori al livello di un operaio specializzato, mentre continua ad abitare nella vecchia casa di famiglia insieme alla madre e ai fratelli. Due chitarre sono i suoi unici averi.
Le sue ricette politiche sono semplici quanto coraggiose, come il suo modo di parlare di fronte ai grandi della terra: terre e miniere sono gestite da compagnie straniere e non portano ricchezza alla nazione? La risposta è nazionalizzarle e metterle al servizio della ricchezza popolare. La mancanza di istruzione rende i cittadini incapaci di perseguire i propri diritti? La scuola diventa obbligatoria, gratuita per tutti e diffusa anche nelle zone più remote del paese. I cittadini muoiono per diarrea, febbre e altre patologie facilmente curabili? Si costruiscono presidi sanitari in ogni villaggio per garantire le cure di base. Ad ogni domanda di base si cercano risposte mirate. Per far fronte alla carenza idrica e all’erosione del territorio causata dalla desertificazione si piantano migliaia di alberi e si costruiscono nuove reti per ottimizzare l’approvvigionamento idrico, per distribuire terre ai contadini si attua la riforma agraria, per far progredire il commercio e la mobilità si inaugura il primo sistema di trasporti pubblici urbani dell’Africa francofona e per migliorare la condizione delle donne, si sancisce la parità tra i sessi e si vieta la pratica dell’infibulazione. In soli quattro anni di governo Sankara migliora l’economia della nazione e garantisce a ogni cittadino istruzione, cure di base, due pasti al giorno e cinque litri di acqua potabile. Un successo straordinario e senza uguali nell’Africa nera. Ottenuto con la ricetta base del socialismo, arricchito da misure concrete per far entrare la popolazione nel processo decisionale della politica tramite esperimenti concreti di democrazia diretta, come l’istituzione nelle province dei Consigli dei contadini, ai quali vengono concessi poteri decisionale in materia di organizzazione del lavoro sui campi, o dei tribunali popolari, dove i lavoratori si trasformano in giudici autorizzati a processare i rappresentanti politici accusati di corruzione.

Per tutti i burkinabè quel giovane militare comunista diventa il fratello giusto, ma fuori dai confini della nazione il numero dei suoi potenti nemici cresce di pari passo con l’aumentare della sua fama tra i poveri di tutta l’Africa. Le élite politiche dei paesi vicini temono che l’esempio del povero Burkina Faso possa sobillare le masse, dimostrando a tutto il continente che la povertà non è un destino immutabile, mentre le grandi potenze – in primis l’ex padrone francese e gli Usa – non possono tollerare che un paese povero si permetta di alzare la testa facendo perdere profitti alle proprie aziende con le nazionalizzazioni, denunciando i crimini del neocolonialismo e stringendo accordi con i nemici giurati dell’Occidente ai tempi della guerra fredda: l’Urss e la Cuba di Fidel Castro. Secondo i potenti del mondo l’Africa deve continuare ad essere un paese povero e soggiogato, da spremere in cambio di materie prime a basso costo.

 
 OUA (Organizzazione per l’Unità Africana),
Addis Abeba, Luglio 1987

Il 29 luglio 1987 Sankara si trova ad Addis Abeba, all’incontro tra i leader dei paesi africani. Decide di denunciare quello che secondo lui è il più brutale dei meccanismi attraverso cui i paesi occidentali tengono sotto scacco l’Africa: il debito. Milioni di dollari da rimborsare ogni anno ai paesi ricchi, i quali concedono dilazioni e sconti solo in cambio di misure politiche gradite, come le privatizzazioni. Prende il microfono e dice: «Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano le nostre economie. Noi non c’entriamo niente con questo debito. Dicono che pagarlo è un obbligo morale, ma invece è non pagandolo che facciamo giustizia. Quelli che ci hanno condotto all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema, ora che perdono esigono il rimborso. No signori, non funziona così. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco». Poi invita tutti i leader africani ad unirsi a lui e rifiutare di pagare il debito, utilizzando i soldi pubblici per avviare progetti in favore della popolazione, perché se non ci sarà unità tra i Paesi africani e solo il Burkina Faso rifiuterà di pagare il debito «non credo che io sarò qui alla prossima conferenza». La platea ride, la prende come una battuta di spirito, ma è l’ammissione profetica di un rivoluzionario che ha capito perfettamente di aver toccato un tasto che lo addita a nemico numero uno delle grandi potenze mondiali.
Passano tre mesi appena e il 15 ottobre Thomas Sankara viene ucciso. Il probabile esecutore materiale è il suo stesso vice, Blaise Compaoré, che tutto l’Occidente si affretterà a riconoscere come nuovo presidente e a sostenere al potere per i successivi 27 anni. Le riforme di Sankara vengono revocate, il Burkina Faso torna ad essere uno dei paesi più poveri al mondo, mentre i suoi politici ricominciano a viaggiare in limousine e le multinazionali straniere tornano a realizzare profitti con le miniere e il cotone. Tutto, insomma, torna al suo posto. Dove si trova ancora oggi.
Si potrebbe pensare che ricordare un personaggio come Sankara a 30 anni dalla morte possa essere solo un’opera storica. Tutt’altro. Proprio in questi tempi di “emergenza rifugiati” significa fare un passo nella comprensione delle ragioni endemiche della povertà dell’Africa e, quindi, dell’emigrazione di massa.

Fiorella Mannoia
"
Thomas SANKARA. Il Presidente del futuro"


Ogni possibile Sankara nel terzo mondo è stato sistematicamente eliminato, sempre con la partecipazione diretta o indiretta delle ex potenze coloniali. Ogni riforma che voleva redistribuire le ricchezze tra la popolazione sottraendole alle grandi aziende straniere è stata soffocata con l’arma del debito. «Aiutiamoli a casa loro», si sente dire spesso oggi: il primo passo per farlo sarebbe quello di benedire la nascita di ogni possibile Thomas Sankara, anziché approvarne (e probabilmente pianificarne) l’uccisione. La storia insegna che fino ad ora i nostri governi si sono impegnati per impedire all’Africa di aiutarsi da sola, costringendo un intero continente a sottostare alle necessità geopolitiche occidentali in cambio di un tozzo di pane sotto forma di aiuti umanitari. Ciò che avviene oggi ne è la conseguenza.


mercoledì 2 agosto 2017

Difesa Civile

Il 14 luglio è stata incardinata nel calendario del Parlamento la Legge di Iniziativa Popolare (LIP) per una difesa civile, non armata.
Una grande e bella notizia.
Noi della DIP aderiamo alla campagna e siamo sicuri che anche molti di voi lo faranno. Non è una battaglia persa… il fatto che la proposta sia stata calendarizzata è di per sé una vittoria.
Bandire la guerra. Avverrà prima o poi.


sabato 22 luglio 2017

WuMing: Tu che straparli di Carlo Giuliani...

Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.
Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:
«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadratura e, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.
La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.
Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenza estesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiesta L’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».
Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

Vi chiediamo giusto un paio di cose:
commentate solo dopo aver visto La trappola e/o letto “L’orrore in Piazza Alimonda” e/o altre controinchieste linkate.
negli eventuali commenti, cerchiamo di andare oltre affermazioni tautologiche come “Sbirri assassini!”. Ci piacerebbe riflettere insieme su come si impongono le verità ufficiali, su quali meccanismi e automatismi si basa la loro costruzione, sugli effetti prodotti dal restringimento dell’inquadratura etc.
Ci interessa smontare le “narrazioni tossiche”.

Uhm… Ci accorgiamo di non averlo scritto da nessuna parte, diamo per scontato che tutti lo sappiano, ma forse va ricordato agli smemorati.
In questi giorni ricorre il 20 luglio.
“Buon” anniversario.




mercoledì 19 luglio 2017

La vera storia del cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte



Da tgvallesusa
Comunicato Stampa

Nel telegiornale del Piemonte delle 19,30 di lunedì 10 luglio l'arch. Virano, direttore di TELT (Tunnel Europeenne Lyon Turin) ha dichiarato che il cunicolo geognostico della Maddalena di Chiomonte è stato realizzato nei modi e nei tempi previsti. Anche in questo caso si tratta di un'affermazione non vera. I tempi di realizzazione del cunicolo previsti dal progetto definitivo erano 36 mesi, mentre invece i lavori sono terminati dopo 50 mesi, fermandosi però 500 metri prima del previsto. Lo scavo era iniziato il 1° dicembre 2012 ed è terminato il 1° febbraio 2017; considerato che sono stati scavati 500 metri in meno si può calcolare un aumento dei tempi del 50%, ciò che in un'opera ad appalto è considerato un fallimento.

Eppure, ancora a fine dicembre 2013, nella relazione annuale in Prefettura, con le dichiarazioni ufficiali riportate da “La Valsusa” e da “Luna nuova”, Virano aveva garantito con fermezza, e va sottolineata la forza con la quale prese l'impegno, che l'opera sarebbe stata finita entro il 31 dicembre 2015. Quindi non si sarebbe perso il contributo europeo che scadeva in tale data. Per quanto riguarda i costi, il tunnel di 7020 metri (e non di 7550 metri come doveva essere) è costato 173 milioni di euro invece dei 143 milioni fissati dal CIPE: tenendo conto della parte non realizzata, l'aumento dei costi è stato del 29% e non si possono imputare i maggiori costi alla sicurezza, perchè questi oneri, compresi quelli per i mezzi meccanici messi a disposizione delle Forze dell'ordine, sono stati a carico del Ministero dell'Interno.

Il grande interrogativo che Virano dovrebbe spiegare resta comunque per quale motivo TELT abbia abbandonato lo scavo prima di terminarlo e cosa ci fosse in quei 500 metri che doveva scavare e non ha scavato.

Il presidente

mercoledì 28 giugno 2017

Il sistema militare USA è il maggior inquinatore del mondo



Centinaia di basi gravemente contaminate
Whitney Webb**

Producono una quantità di rifiuti tossici superiore a quella delle cinque maggiori industrie chimiche del Paese. Il Dipartimento per la difesa ha lasciato la sua eredità tossica dappertutto: uranio impoverito, petrolio, carburante aereo, pesticidi, defolianti come l'Agente Orange, piombo e altre sostanze inquinanti.

La settimana scorsa i principali mezzi di comunicazione hanno dato ben poco risalto alla notizia che la base navale USA a Virginia Beach ha riversato qualcosa come 94.000 galloni di carburante per aerei in un corso d'acqua nelle vicinanze, a meno di un miglio dall'Oceano Atlantico. Certamente non si è trattato di un evento catastrofico come in altri casi di perdite da oleodotti, ma mette in luce un fatto ancora poco conosciuto - che il Dipartimento della Difesa americano è il più grande inquinatore non solo degli USA, ma del mondo intero.

Nel 2014 l'ex capo del programma ambientale del Pentagono dichiarò alla rivista Newsweek che il suo ufficio doveva occuparsi di 39.000 siti contaminati -per una estensione complessiva di 19 milioni di acri- nel solo territorio degli Stati Uniti.

Le basi militari USA, sia in patria che all'estero, sono tra i luoghi più inquinati del mondo: i perclorati e altri componenti dei combustibili di aerei e missili hanno contaminato le falde superficiali di acqua potabile, le falde profonde e il suolo.

Sono centinaia le basi militari presenti nella lista compilata dall'EPA (Environmental Protection Agency) dei ‘Superfund sites', siti per i quali è prevista l'erogazione di fondi governativi speciali per la bonifica. Dei quasi 1.200 siti elencati, quasi 900 sono luoghi un tempo utilizzati a scopi militari e ora abbandonati, oppure basi ancora in attività.

John D. Dingell, un politico del Michigan ora in pensione, veterano di guerra, sostiene che quasi tutte le basi militari del Paese sono gravemente inquinate. Una di queste è Camp Lejeune a Jacksonville, nel Nord Carolina. L'inquinamento di questa base si estese, nel periodo dal 1953 al 1987, a causa dell'immissione nella falda acquifera di una significativa quantità di sostanze carcerogene, fino ad avere conseguenze letali.

Tuttavia solo nel febbraio scorso il governo ha autorizzato coloro che erano stati espostialle sostanze inquinanti a Lejeune di presentare richieste ufficiali diindennizzo. Anche in molte basi militari fuori dagli USA le fonti di acqua potabile sono state contaminate: la base più famosa è la Kadena Air ForceBase a Okinawa (in Giappone).

In più gli Stati Uniti, che da soli hanno eseguito più test nucleari di tutte le altre Nazioni messe insieme, sono anche responsabili dell'elevato tasso di radioattività che persiste in molte isole dell'Oceano Pacifico.
Gli abitanti delle Isole Marshall, sulle quali gli USA sganciarono più di 60 bombe nucleari tra il 1946 e il 1958, e della vicina Guam, ancor oggi presentano percentuali molto elevate di casi di tumore.

Anche le regioni del Sud-Ovest furono scelte per sperimentare numerosi ordigni nucleari, e le esplosioni contaminarono enormi estensioni di terra. Inoltre - sempre in queste zone - le comunità degli IndianiNavajo che vivono nelle riserve sono soggetti ad alte dosi di radioattività provenienti da miniere di uranio, ormai abbandonate, che venivano utilizzate dai contractors militari.

Uno dei più orribili lasciti di inquinamento ambientale dei militari USA si trova in Iraq, dove le azioni di guerra hanno trasformato in deserto il 90% del territorio, distruggendo le produzioni agricole e obbligando il Paese a importare più dell'80% del cibo dall'estero.

Oltre all'uso di uranio impoverito in Iraq durante la Guerra del Golfo, i comandi militari USA - dall'invasione del 2003 in poi - hanno utilizzato la tecnica dell'incenerimentoall'aperto per smaltire i rifiuti, provocando un aumento significativo dei casi di cancro sia nei militari americani che nei civili iracheni.

Secondo le stime del Dottor Jawal Al-Ali, un medico di Bassora che fa anche parte del Royal College dei medici di Londra, i casi di tumore sono diventati 12 volte più frequenti rispetto al 1991 (AP/Enric Marti).

I documenti che testimoniano i danni ambientali provocati in passato dai militari USA indicano un approccio non sostenibile: eppure questo non li ha dissuasi dal progettare apertamente future contaminazioni ambientali con la scelta di smaltire i rifiuti in modo inadeguato. Nello scorso novembre la Marina USA ha annunciato il suo piano, per l'anno corrente,di riversare 20.000 tonnellate di “stressors” ambientali, ivi inclusi metalli pesanti ed esplosivi, nelle acque lungo le coste nord-occidentali dell'Oceano Pacifico.

Questo progetto, concepito nella sede nord-occidentale del Centro di addestramento e sperimentazione della Marina, tralascia di chiarire che questi “stressors” vengono descritti dall'EPA (l'Agenzia perl'Ambiente) come sostanze pericolose, molte tossiche a livello sia acuto che cronico.
Queste 20.000 tonnellate di ‘stressors' non includono le ulteriori tonnellate (tra 5 e 14 previste) di metalli potenzialmente tossici che la Marina prevede di smaltire ogni anno nelle acque interne lungo il Puget Sound nello Stato di Washington.

In risposta alle preoccupazioni espresse rispetto a questi progetti, una portavoce della Marina ha affermato che i metalli pesanti, e persino l'uranio impoverito, non sono più pericolosi di qualunque altro metallo: un'affermazione che chiaramente rifiuta di accettare dati scientifici. A quanto pare, dunque, le operazioni militari USA svolte per “la sicurezza degli Americani” avranno un costo superiore a quello che la maggior parte della gente immagina - un costo che sarà pagato dalle future generazioni, sia negli Stati Uniti che all'estero.

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** Whitney Webb scrive su mintpress e su diverse riviste on-line (ZeroHedge, the Anti-Media, 21st Century Wire, True Activist ecc.). Attualmente vive in Cile.
 Whitney Webb - MintPress News. Published on 22 May 2017 at
 U.S. Military World's Largest Polluter - Hundreds of Bases Gravely Contaminated
[Traduzione di Elena Camino per CSSR]