domenica 26 aprile 2015

La lezione della Resistenza che può aiutarci a diventare un popolo adulto



L'intervento del presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky per la commemorazione del 25 aprile


Dopo settant'anni, le celebrazioni della Liberazione si rivolgono ormai a chi non ha vissuto i fatti o, almeno, i tempi della Resistenza. Quella generazione è quasi scomparsa. Per le nuove generazioni e, soprattutto, per quella di chi oggi è ragazzo, non si tratta di rivivere e rievocare vicende partecipate personalmente. Chi può dire, allora davvero, se non le ha vissute, quali furono le alternative di fronte alle quali si trovarono gli uomini e le donne di allora, i terrori, gli incubi, i pericoli, i dubbi che gravavano sulle coscienze, ma anche i progetti, gli ideali, le speranze che mossero i ribelli al fascismo e al nazismo? TEMPO di scelte tragiche alle quali, per nostra fortuna, da allora non siamo più stati chiamati. Dobbiamo anche oggi prendere posizione, non con le armi ma con la consapevolezza di ciò che allora divise il nostro Paese in una guerra che fu anche una guerra tra Italiani, una guerra civile, tra tutte le guerre la più crudele. E dobbiamo farlo con umiltà, perché noi non siamo stati messi alla prova e non possiamo dire con certezza da quale parte ci saremmo trovati.
Quale fosse la posta in gioco, possiamo comprendere nel modo più vivo attraverso le Lettere dei condannati a morte della Resistenza: confessioni scritte nella totale sincerità di chi non si aspetta più nulla per sé, dà testimonianza del significato della scelta che lo sta portando a morte e non sa neppure se le sue parole sarebbero uscite dalla cella di detenzione per arrivare alle mogli, ai figli , ai compagni e alle compagne, agli amici. Lettere in cui la coscienza è lacerata tra due fedeltà: l’una verso la loro idea d’Italia; l’altra verso i familiari e le persone care, alle quali si chiede ripetutamente perdono per avere anteposto all’amore verso di loro, l’amor di Patria (parola allora ricorrente).
Scelte impervie, secondo un certo modo di pensare estranee allo spirito comune di noi italiani. La Resistenza, s’è detto, sarebbe estranea allo spirito profondo del popolo italiano, spirito tutt’altro che “resistenziale”, ma piuttosto “accomodante”. Per quello che si potrebbe chiamare “revisionismo etico”, il carattere autentico della nostra identità nazionale sarebbe rappresentato da quella parte più numerosa del popolo italiano, aperta a qualunque compromesso, pur di assicurarsi una vita tranquilla, al riparo dai pericoli. In migliaia per il 70° della Liberazione
Così ragionando, si finisce per considerare il fascismo, l’alleanza con la Germania nazista come una semplice parentesi nella nostra storia, e così pure l’antifascismo, che ne sarebbe stata la reazione senza autentiche e profonde radici nel nostro costume: l’uno e l’altra vicende da racchiudere in una memoria che dimentichi l’asprezza del conflitto valorizzando chi non stava né dall’una né dall’altra parte, la zona grigia accomodante. Il popolo italiano rifugge dagli estremismi, dice questa forma di memoria che si vorrebbe condivisa: nel peccato di estremismo sarebbero caduti tanto i fascisti quanto gli antifascisti. Questa interpretazione dei fatti del biennio 1943/1945 porta a una conclusione: avevano entrambi torto, si equivalevano dunque. Le crudeltà, le vendette personali, gli abusi che la guerra civile – come tutte le guerre civili – portò con sé, di cui gli storici cercano di costruire un memoriale di umana comprensione, sarebbero l’argomento a favore degli “attendisti”, della “zona grigia” di coloro che non si schierarono né con gli uni, né con gli altri. Costoro sarebbero stati i veri interpreti dell’animo profondo degli italiani, un popolo di moderati. Dimenticare la Resistenza, dunque, e con essa, il fascismo: legarli insieme e relegarli in una nota a piè di pagina nei libri di storia.
È questo ciò su cui pensiamo che una storia comune possa essere costruita? Il conformismo di chi sta a guardare quando si combatte per beni supremi, come la libertà, l’indipendenza, la dignità degli esseri umani, la pace? Nell’Antichità, quando un conflitto di questo genere, la stasis, si verificava e nessun’altra soluzione sembrava possibile, l’impegno personale e diretto – o di qua o di là –si considerava un obbligo civile. Si voleva evitare che si stesse alla finestra, come fanno gli opportunisti, per poi approfittare del sacrificio di chi si è messo in gioco e ha rischiato la vita per un ideale. Di tutte le posizioni, la meno degna è proprio questa: assumere l’opportunismo come virtù; credere di superare il conflitto che settant’anni fa ha diviso l’Italia in nome d’una debolezza. Facciamo attenzione a che l’appello giusto e ripetuto, soprattutto in questi giorni, alla “memoria condivisa” e alla riconciliazione, non finisca per esaltare l’opportunismo come virtù politica. In ogni caso, l’equidistanza non risponde alla domanda cruciale: che cosa sarebbe successo se avessero vinto i fascisti e i loro alleati nazisti? Guardiamo ai fatti e ricordiamo i programmi. La Germania vincitrice avrebbe istituito il “Reich millenario”. Avrebbe distrutto la civiltà liberale e cristiana, avrebbe instaurato il dominio della “razza ariana”, sterminando i “non integrabili”, gli ebrei, i rom, gli omosessuali, gli oppositori politici irriducibili; avrebbe sottomesso le “razze inferiori”, gli slavi e anche i popoli latini dal sangue impuro per i tanti mescolamenti o “contaminazioni” prodottesi nei secoli. Li avrebbe costretti a servire l’impero ariano. Oggi si dice che all’Italia sarebbe stato riconosciuto un suo degno posto nel nuovo ordine mondiale: la mano libera nella colonizzazione del continente africano. Che bella prospettiva: colonialismo su larga scala. Comunque, la guida del nuovo mondo sarebbe stata la Germania, con la sua ideologia, la Wehrmacht, le SS, la Gestapo, i campi di concentramento e di sterminio. L’Italia e l’Europa sarebbero state sotto il giogo d’un regime di pretesi super-uomini che avevano dato prova di sé scatenando guerre d’espansione e pulizie etniche, provocando milioni di morti, diffondendo il terrore nella vita quotidiana, promuovendo mostruosi esperimenti e campagne eugenetiche. Non sono esagerazioni: questo era l’alleato, questi i super-uomini che i nostri fascisti goffamente volevano imitare. Allora, alla domanda: che cosa sarebbe successo, non possiamo dare una risposta equidistante. Una parte stava con queste barbarie, l’altra contro. Occorre ricordare e rendere onore e gratitudine a chi ha scelto la parte secondo umanità, giustizia e libertà, la parte che ci consente di essere  qui a discutere
liberamente del nostro passato e del nostro futuro.

Altra cosa è riconoscere che chi stava dalla parte sbagliata non era necessariamente un criminale, un fanatico. L'indottrinamento al quale il fascismo aveva sottoposto gli Italiani faceva la sua parte; l'illusione di stare con il governo legittimo, anche. Il passaggio con i partigiani e con la resistenza, cioè con quelli che i proclami della Wehrmacht chiamavano banditi, "Banditen", si scontrava in non pochi con un senso del dovere nei confronti d'un concetto, sia pure corrotto, di Patria. Non si trattava soltanto d'adesione a ideologie funeste o di timore per le ritorsioni e per la possibile deportazione nei campi di lavoro in Germania. Per questo, ancora una volta, sospendiamo il giudizio.

C'è poi una seconda domanda. E se la guerra si fosse conclusa esclusivamente con la conquista da parte degli eserciti degli Alleati? Se le autorità militari anglo-americane non avessero avuto a che fare con il Corpo Volontari della Libertà, con i Comitati di Liberazione Nazionale e con i rinati partiti politici che ai Comitati avevano dato vita?

La sconfitta del III Reich e della repubblica di Salò non fu certo determinata soltanto, e nemmeno prevalentemente, dalle forze della resistenza interna. Ma, se questa non ci fosse stata, la parola adatta a descrivere la situazione del nostro Paese sarebbe "debellatio", annichilimento. Gli Alleati trovarono un popolo che lottava per la sua identità, oltre che per il proprio onore e il proprio futuro. Gli storici discutono delle dimensioni della Resistenza, tra resistenza attiva con le armi in pugno, resistenza passiva, aiuto e sostegno diffuso, fiancheggiatori più o meno esposti. Tanto meno numerosi, tanto più merito. In ogni caso, la Resistenza in Italia, a differenza di ciò che accadde in Germania, fu ciò che permise al nostro Paese di salvaguardare la propria autonomia, di sedere nel contesto internazionale tra le nazioni libere e di ricominciare a prendere nelle nostre mani l'opera della ricostruzione. Il primo passo fu l'Assemblea Costituente, il primo parlamento democratico, eletto a suffragio universale, del nostro Paese; il primo frutto fu la Costituzione.

Si può dire che la nostra sia una costituzione antifascista? Che oggi abbia un senso definirla così, quando il fascismo storico è stato sconfitto e, almeno per ora, un altro non sembra riproporsi nelle forme di allora? Consideriamo che esiste un fascismo perenne, di cui quello storico è stato solo una manifestazione. Facciamo questo esperimento. Amor di Patria era espressione sulla bocca dei fascisti come degli antifascisti. Ma, che cosa era per gli uni e per gli altri?
Per i fascisti, si traduceva in "italianità" e nazionalismo, in culto della forza e della guerra, nella visione gerarchica della società, in amore per la "bella morte", in retorica dell'onore virile. Tutto questo stava nell'amor di Patria. Per gli antifascisti, era esattamente l'opposto: al nazionalismo si contrapponeva la fratellanza tra i popoli; all'esaltazione della forza, il dovere dello studio e l'impegno nel lavoro; al culto della guerra, l'aspirazione alla pace; alla gerarchia, l'uguaglianza; alla seduzione della bella morte, l'aspirazione alla vita; all'onore virile, la libertà per tutti.

Tutto questo troviamo trascritto nella Costituzione, se la sappiamo leggere in controluce rispetto a ciò ch'essa ha voluto negare e a ciò che, al contrario, ha voluto affermare. In questo senso, possiamo, anzi dobbiamo tranquillamente dire che la nostra è una costituzione scritta per contrastare il fascismo perenne. Quando ci si chiede in che cosa consiste lo spirito della Liberazione, lo vediamo nelle immagini di popolo, uomini e donne, giovani e anziani, che nella giornata del 25 aprile scesero nelle strade e nelle piazze a festeggiare i partigiani che sfilavano, a manifestare festanti e felici la volontà di riprendere il futuro nelle proprie mani. Le immagini che ci hanno tramandato quel momento colpiscono ancora. Anzi colpiscono particolarmente in un momento com'è il nostro, in cui tanto bisogno avremmo di attingere a quelle energie, a quella fiducia, a quel bisogno di libertà, di giustizia e di pace. La nostra Costituzione  -  ripeto: se la sappiamo leggere  -  è come un serbatoio che racchiude quelle energie, alle quali possiamo attingere nei momenti di difficoltà. Non è dall'alto dei poteri costituiti, da soli, che possiamo pensare di ricevere la salvezza. Sono i germogli che nascono nella società, spesso tra i più umili, dove si trova talora una consapevolezza che manca altrove. Ho ricordato all'inizio le Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Le voglio riprendere alla fine, citandone due.
Pietro Benedetti, un artigiano fucilato il 29 aprile 1944, scrive ai figli: "Amatevi l'un l'altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli".

Più di tutte, commoventi sono le parole di Paola Garelli, pettinatrice di Mondovì, fucilata il 1° novembre 1944, che scrive alla sua piccola bimba: "La tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo (...) la tua infelice mamma".
Che distanza! Che commozione e, forse anche, che sferzata! Soprattutto: "Quando sarai grande capirai". Ecco il compito: aiutare a capire e così aiutarci a diventare un popolo adulto.

lunedì 8 dicembre 2014

Salvador, giustizia non è fatta

Il 4 dicembre 1980 quattro suore statunitensi che si occupavano dei poveri in Salvador furono brutalmente uccise dagli squadroni della morte. Il caso indignò l’opinione pubblica americana e contribuì a far luce sul coinvolgimento degli Stati Uniti nel paese centroamericano e sui metodi dei militari salvadoregni. Trentaquattro anni dopo la strage continua a far discutere e si dimostra una vera storia americana. A seguire, il link alla video-inchiesta del New York Times rilanciata in Italia da Internazionale.




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There's a sunny little country south of Mexico
Where the winds are gentle and the waters flow.
But breezes aren't the only thing that blow
In El Salvador.

If you took the little lady on a moonlight drive
Odds are still good you'd come back alive.
But everyone is innocent until they arrive
In El Salvador.

If the rebels take a bus on the Grand Highway,
The government destroys a village miles away.
The man on the radio says now we'll play
"South of the Border"....
And in the morning the natives say,
"We're happy you have lived another day."
Last night a thousand more passed away
In El Salvador.

La, la, la, la....

There's a television crew here from ABC
Filming Rio Lempo and the refugees.
Calling murdered children the tragedy
Of El Salvador.

Before the government camera twenty feet away
Another man is asking for continued aid:
Food, and mediciine, and hand grenades
For El Salvador.

There's a thump, a rumble, and the buildings sway
A soldier fires the acid spray
The public address system starts to play
"South of the Border"....
You run for cover, and hide your eyes
You hear the screams from paradise
They've fallen further than you realize
In El Salvador.

Just like Poland is protected by her Russian friends,
The Junta is assisted by Americans.
And if sixty million dollars seems too much to spend
In El Salvador.

They say for, half-a-billion they can do it right.
Bomb all day, and burn all night.
Until there's not a living thing upright
In EI Salvador.

They'll continue training troops in the U.S.A
And watch the nuns that got away
And teach their military bands to play
"South of the Border"...
And kill the people to set them free
Who put this price on their liberty
Don't you think it's time to leave
El Salvador?

Lyrics by Noel Paul Stookey and Jim Wallis
Music by Noel Paul Stookey 

I trattati T-TIP e TISA



“VIDI UNA BESTIA SALIRE DAL MARE…”

E’ con queste parole che il profeta dell’Apocalisse descrive l’Impero Romano alla fine del primo secolo. Le stesse parole le userei per le nuove bestie che appaiono all’orizzonte: il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, nell’acronimo inglese T-TIP e l’Accordo per il Commercio dei servizi, nell’acronimo inglese TISA. Due trattati pericolosissimi, purtroppo poco conosciuti dal grande pubblico, perché porteranno alla privatizzazione dei servizi.

 Il T-TIP creerà la più grande area mondiale di libero scambio fra le economie degli USA e della UE, che rappresentano metà del PIL mondiale e il 45% dei flussi commerciali. Le trattative per creare il T-TIP sono partite in tutta segretezza nel luglio 2013 a Washington e sono condotte da pochi esperti della Commissione Europea e del Ministero del Commercio USA. Obama vuole firmare il Trattato entro il 2015.
“Il Trattato più importante del mondo” , proclama il Sole 24 ore. Lo è infatti per i poteri economico-finanziari mondiali. Secondo De Gucht, commissario per il commercio UE, il Trattato offrirà all’Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di PIL che equivale a 545 euro in più all’anno per ogni famiglia. Per di più, ci sarà un incremento del 28% delle vendite di prodotti europei negli USA e dell’1% del PIL, nel giro di dieci anni. La realtà,invece , è tutt’altra! Il T-TIP è un negoziato stipulato senza la partecipazione dei cittadini. E’ un vero e proprio golpe da parte dei poteri economico-finanziari che governano il pianeta. E’ la vittoria delle lobby(multinazionali e banche), che hanno a Bruxelles quindicimila agenti e tredicimila a Washington, stipendiati a fare pressione sulle istituzioni.
Infatti il Trattato indebolisce il principio di precauzione vigente in Europa in relazione ai nuovi prodotti, elimina le sanzioni in caso di abusi relativi ai diritti sociali e ambientali, mira a una progressiva privatizzazione  di tutti i servizi pubblici , a sottomettere gli Stati a una nuova legislazione a misura di multinazionali ed infine trasferisce la risoluzione delle controversie tra imprese private e poteri pubblici a strutture di arbitrato privato tramite il cosidetto ISDS(Individual State Dispute Settlement) .”Questa è una rivoluzione nelle procedure usate per risolvere i contenziosi tra privati e Stati”, dichiara Marcello de Cecco su La Repubblica , un quotidiano che spesso sulle sue pagine inneggia al Trattato. E continua:” E’ un’innovazione giuridica che serve a limitare drasticamente la sovranità degli stati , favorendo le grandi multinazionali.”
Il Trattato inoltre avrà pesanti ricadute sul mondo del lavoro aggirando le norme del diritto dei lavoratori proclamato dall’ILO, svuotando le normative per la protezione dei lavoratori, ma anche ridimensionando il diritto di contrattazione collettivo.
Quest’area di libero scambio USA -UE, creata dal T-TIP, sarà protetta dalla NATO , che peraltro già investe 1.000 miliardi di dollari all’anno in armi!

L’altra Bestia, ancora più minacciosa della prima, è il TISA (Trade in Services Agreement)- Accordo per il Commercio dei servizi. Il settore dei servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70% del prodotto interno lordo: solo negli USA rappresenta il 75% dell’economia e genera l’80% dei posti di lavoro nel settore privato . Su questo ghiotto bottino, i rappresentanti di una cinquantina di Stati (UE, USA, Canada,Australia, Giappone…) si stanno ritrovando in totale segretezza nell’ambasciata australiana a Ginevra, dal 15 febbraio 2012 per un accordo sul “commercio dei servizi”(sic!). Si è venuti a conoscenza di questo grazie  a Wikileaks. I testi dell’accordo rimangono segreti. Scopo fondamentale di questo accordo è accelerare la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e impedire qualsiasi forma di riappropriazione pubblica di un’attività privatizzata(sic!). Il TISA impedirebbe i monopoli pubblici (educazione nazionale) e i fornitori esclusivi di servizi anche a livello regionale e locale (per esempio le minicipalizzate per i servizi idrici).
Tutto questo avviene nel più totale silenzio, anzi con l’impegno degli stati a non rivelare nulla di questa trattativa fino a cinque anni dopo la sua approvazione. Anche con il TISA, i governi vorrebbero concludere le trattative entro il 2015.
Come cittadini non possiamo accettare l’arrivo di queste Bestie che consegneranno l’Europa e il mondo alle logiche del mercato. “E’ l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria”, che Papa Francesco bolla con tanta forza. Solo una vasta protesta di massa in tutta Europa potrà sgominare il T-TIP e il TISA. Nel 1998 noi europei siamo riusciti a sconfiggere il MAI (Accordo multilaterale sugli Investimenti), che è quasi la copia del T-TIP. Abbiamo vinto dicendo MAI al MAI! Possiamo fare altrettanto con il T-TIP e il TISA.
Già è in atto una mobilitazione in Italia fatta da un network di un centinaio fra associazioni di consumatori, sindacati e reti agricole con un sito molto informato. (www.stop-ttip-italia.net)
I capi di Stato europei sono già preoccupati per la crescente ostilità contro questi Accordi. Ne hanno parlato  al vertice del G20 a Brisbane(Australia). E il più convinto sostenitore di questi trattati l’abbiamo in casa. Il governo Renzi.
Carlo Calenda, vice-ministro per lo sviluppo economico nel governo Renzi e responsabile dell’Italia per il T-TIP, insiste perfino di includere nel Trattato il controverso meccanismo di risoluzione tra investitori e Stato, il cosidetto ISDS, fortemente voluto dagli USA.
“Il T-TIP- afferma la Susan George-è un assalto alla democrazia, alla classe lavoratrice, all’ambiente, alla salute e al benessere della cittadinanza. L’unica risposta possibile dinanzi a questo attacco è alzarsi dal tavolo, chiudere la porta e lasciare la sedia vuota.”E’ questo quello che chiediamo al governo Renzi.
Mentre  alla Conferenza Episcopale Italiana(CEI) chiediamo di esprimersi su questi Trattati. La commissione degli episcopati della comunità Europea (COMECE)  ha sottolineato che il T-TIP “solleva una serie di problemi e controversie proprio perché la Chiesa deve far sentire la voce dei più deboli e dei più poveri in Europa e nel mondo, nella misura in cui saranno interessati dall’accordo di libero scambio.” I vescovi europei hanno deciso di preparare un documento per gli eurodeputati. Ma dovranno farlo in fretta se vogliono arrivare in  tempo.Perché i vescovi italiani non potrebbero fare lo stesso? Questo darebbe tanta forza alle comunità cristiane, all’associazionismo di ispirazione cristiana a congiungersi con il grande movimento di opposizione a questi trattati. Uniti possiamo farcela!
Ma dobbiamo muoverci perché i poteri forti vogliono chiudere la partita al più presto possibile.
Diamoci da fare perché vinca la Vita.

                                                                                                     
                                                                                                                                 p. Alex Zanotelli 
Napoli, 3 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

[Uruguay] Arriverderci José Mujica, il presidente povero conclude il suo mandato



In cinque anni José Mujica ha trasformato l'Uruguay, ma non il suo stile di vita modesto. Questo mese, però, l'uomo che si fa chiamare da tutti "Pepe" conclude la sua avventura alla guida del suo Paese, che gli vieta di ricandidarsi, perché è vietato farlo per due mandati consecutivi.
Eletto nel 2009, ora ha in programma di rimanere un senatore dopo le elezioni presidenziali del 30 novembre, quando verrà sostituito dal candidato Vazquez. Ma non c'è traccia di amarezza nell'aria che circonda la piccola azienda agricola in cui vive, a 20 minuti da Montevideo.
Mujica, infatti, aveva rifiutato di trasferirsi nella lussuosa residenza presidenziale, oltre ad aver devoluto il 90% del suo compenso, ovvero 12.000 euro al mese, ad associazioni caritatevoli. Ha preferito restare a 'Rincón del Cerro', tra vecchi barattoli di vernice trasformati in vasi da fiore, lo scodinzolio di Manuela, il suo fedele meticcio nero tripode, e i lavori dell'orto.
Ma tutta questa frugalità passa in secondo piano quando si parla della incredibile trasformazione economica e culturale che l'Uruguay ha compiuto sotto la sua guida.
"Abbiamo avuto anni positive per 'uguaglianza. Dieci anni fa, circa il 39% degli uruguayani viveva al di sotto della soglia di povertà; l'abbiamo portato a meno dell'11% e abbiamo ridotto la povertà estrema dal 5% ad appena lo 0,5%", spiega al The Guardian con orgoglio.
Sono aumentati anche gli investimenti, passati da circa il 13% del PIL di dieci anni fa al 25% attuale. E poi ci sono i parchi eolici:
"Entro il 2016 copriremo oltre il 30% del nostro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili. Abbiamo approfittato del fatto che l'Europa era in crisi, e che alcuni progetti sarebbero più stati realizzati lì. Abbiamo iniziato a ricevere offerte per i parchi eolici a prezzi davvero convenienti".

Indimenticabile, in occasione della sessione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, lo scorso 24 settembre, il suo forte discorso in cui ribadì la necessità di puntare ad un mondo migliore: “Con il talento e il lavoro di squadra l'uomo può rendere verdi i deserti, coltivare il mare e mettere a punto metodi per usare l'acqua salata per l'agricoltura. Un mondo con una migliore umanità è possibile, ma forse oggi la prima priorità è salvare vite umane”, ha sottolineato Mujica.

Nei passati cinque anni ha anche introdotto i matrimoni tra omosessuali, legalizzato l'aborto (in America Latina è legale solo a Cuba e Città del Messico) e la vendita di marijuana, con lo scopo principale di reprimere il traffico illegale della droga. Ecco cosa ha fatto il "presidente povero", che si è sempre sentito il più ricco del mondo.

Roberta Ragni, greenme.it

martedì 2 dicembre 2014

[INDIA] Bhopal, la lezione ignorata

A distanza di trent’anni dalla tragedia di Bhopal non solo la giustizia resta lontana per quanti sono stati direttamente coinvolti, ma il paese nel suo complesso non ha raggiunto una reale comprensione dei problemi evidenziati da quell’evento, costato finora 20-25.000 vite umane.
Sunita Narain, direttore del Centro per la scienza e per l’ambiente (Centre for Science and Environment, Cse), organizzazione indipendente di studi e progetti ambientali con sede a New Delhi, non ha dubbi: “L’India post-Bhopal ha migliorato la propria legislazione riguardo a disastri provocati dalle industrie chimiche e anche la sicurezza dei lavoratori, tuttavia si tratta di un impegno ampiamente incompleto. Trent’anni dopo, siamo lontani da una soluzione del dramma di Bhopal e non per quanto successo quella notte fatale, ma perché la risposta è stata incompetente e insensibile. Il risultato è che Bhopal vive una doppia tragedia: quella immediata del 1984 e l’altra che si è sviluppata negli anni”.
Affermazioni che gettano un’ombra lunga sulla rincorsa all’industrializzazione del paese, mentre fatica a comprendere la lezione di Bhopal.
“La fuga di gas tossico di trent’anni fa è stato il maggiore disastro industriale dell’India. Fino ad allora, i governi avevano gestito alluvioni, cicloni e terremoti. Di conseguenza si trovarono impreparati. La Legge per la protezione ambientale del 1986 è stato il primo provvedimento specifico, che ha dato alle autorità centrali la possibilità di proibire o regolare ogni iniziativa industriale. Gli emendamenti del 1987 hanno consentito ai vari Stati di costituire comitati per valutare la localizzazione di industrie potenzialmente dannose, oltre a porre in atto sistemi per la salvaguardia dei lavoratori e dei residenti. Nel 1989 il paese si è dotato dei Regolamenti per la gestione e il trattamento di rifiuti nocivi e dal 1991 della Legge per l’assicurazione sulla responsabilità civile consente assistenza immediata a persone che siano interessate da incidenti a contatto con sostanze nocive, prevedendo un apposito fondo di emergenza a livello nazionale”.
“Tuttavia – prosegue l’ambientalista – nonostante le leggi e i regolamenti in vigore, l’India sta rapidamente perdendo la battaglia riguardo la produzione e la gestione di sostanze pericolose per la salute e per l’ambiente. Gli incidenti industriali continuano a ripetersi con frequenza, spesso non denunciati, e la contaminazione di terreni e falde acquifere è un problema crescente. Nel 2010, il ministero per l’Ambiente e le foreste ha individuato dieci siti con migliaia di tonnellate di scarichi nocivi”.
Oggi, le conseguenze della tragedia di trent’anni fa che ancora coinvolgono la popolazione di Bhopal, nel frattempo raddoppiata arrivando a sfiorare i due milioni di abitanti, riguardano 120.000 superstiti con tracce indelebili della contaminazione e oltre mezzo milione di abitanti complessivamente interessati dalla fuga nell’aria di 40 tonnellate di isocianato di metile nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984. Tuttavia, la città è minacciata da una catastrofe almeno equivalente. Sono almeno 20.000 gli abitanti che vivono a ridosso dell’impianto dismesso ma mai bonificato.
“Si calcolano in 350.000 tonnellate le sostanze scaricate dentro e fuori l’impianto in 15 anni di attività della fabbrica – segnala Sunita Narain -. Nel 2009, Cse ha condotto una ricerca indipendente in loco e ha riscontrato elevati livelli di contaminazione del suolo e dell’acqua sul sito della Union Carbide e nelle aree circostanti. Elementi contaminanti come pesticidi, composti di cloro e di benzene e metalli pesanti, tutti riferibili ai processi produttivi”. Ciononostante, e nonostante un gran numero di procedimenti legali, denunce e impegni, la bonifica non ha veri responsabili e finanziatori possibili.
Un accordo extragiudiziale della Union Carbide con il governo di New Delhi nel 1989 (470 milioni di dollari) ha chiuso ogni contenzioso che riguardava la multinazionale, acquistata dalla statunitense Dow Chemical dopo avere ceduto nel 1994 le sue attività indiane a una consociata che a sua volta ha cambiato nome e struttura ma che non ha mai prodotto nulla nell’impianto che ancora domina la città.
Una doppia beffa per le vittime ancora in vita della catastrofe, per i nati negli anni con gravi malformazioni e per la cittadinanza a rischio di quella che per gli ambientalisti è “Bhopal 2.0”, ovvero una catastrofe annunciata.
“Il sistema che impone la responsabilità aziendale non può restare inadeguato quando nuove e a volte poco affidabili tecnologie continuano a porre nuove sfide. Se questo non è possibile, lo Stato deve provvedere onerose soluzioni di salvaguardia umana e ambientale, a costo di rendere non competitive le iniziative produttive. L’insegnamento di Bhopal deve essere che ogni tecnologia deve pagare i costi reali dei rischi presenti e futuri che pone”.