mercoledì 22 marzo 2017

Stop Glifosato

PER L'ECHA GLIFOSATO NON CANCEROGENO, MA NON SI SA NULLA SU ESPOSIZIONE PROLUNGATA

LA COALIZIONE #STOPGLIFOSATO: “PARERE VIZIATO DA UN CONFLITTO D’INTERESSI SULLA PELLE DEI CITTADINI”


  L’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha deciso oggi che il glifosato non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, ma seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”. L’assoluzione è arrivata nonostante l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla pericolosità del noto diserbante.
"Una conclusione – sottolinea la portavoce della Coalizione #StopGlifosato Maria Grazia Mammuccini – che non convince e a cui si è arrivati esaminando gli studi pregressi, compresi quelli delle aziende produttrici. Abbiamo lanciato già alcuni giorni fa l’allarme sul possibile conflitto di interessi di alcuni membri della Commissione che ha emanato questo parere. Almeno tre di loro hanno lavorato per società di consulenza del settore chimico, interessate a sostenere il glifosato e a non far partire un serio ripensamento sull’uso globale dei pesticidi nell’agricoltura europea”.
Inoltre, come ammette la stessa ECHA, questo parere è basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”.
Per Patrizia Gentilini, dell’Isde- Associazione medici per l’ambiente, “in altre parole, secondo il controverso parere dell’ECHA (formulato considerando anche studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e condotti dall’industria produttrice), in se stesso il glifosato non indurrebbe in modelli sperimentali il cancro o mutazioni genetiche. Questo parere, secondo quanto dichiarato dalla stessa agenzia, esclude la valutazione dei rischi da esposizione prolungata di esseri umani (agricoltori e consumatori), sui quali l’ECHA paradossalmente non si esprime. Ma è proprio l’esposizione sia professionale che residenziale o attraverso l’acqua e gli alimenti, che rappresenta un rischio per la salute delle persone, specie delle frange più vulnerabili quali donne in gravidanza e bambini”.
Per la Coalizione italiana #StopGlifosato “questo parere ‘parziale’ indurrà la Monsanto a tirare un respiro di sollievo. Molto meno sollevati sono i cittadini europei che si trovano di fronte a un giudizio sostanzialmente avulso dalla realtà dei rischi quotidiani. Per questo occorre sostenere la raccolta di firme per l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) indirizzata al parlamento e alla Commissione Ue, affinché ascoltino gli allarmi che vengono da una buona parte della comunità scientifica e decretino l’eliminazione dell’erbicida dai campi europei. In meno di due mesi questa iniziativa di legge popolare contro il glifosato è stata firmata da mezzo milione di cittadini: occorre raddoppiare l’impegno e presentare il milione di firme necessario per ottenere un cambiamento di rotta nelle politiche del laissez faire sulla salute e sulla pelle dei cittadini”.
Le 45 Associazioni riunite della Coalizione italiana #StopGlifosato lanciano un appello a tutti i cittadini per firmare e promuovere l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) contro il glifosato, per far sentire alla Commissione europea la propria voce contro l’uso del glifosato e contro un modello di agricoltura non più sostenibile basato sull’utilizzo della chimica di sintesi lungo tutta la filiera agroalimentare.
Sono già tanti i cittadini che hanno sottoscritto la petizione #StopGlifosato, ma dobbiamo essere sempre di più per spingere la Commissione Ue ad assumere la decisione finale sull’uso del diserbante a tutela degli interessi generali delle persone e non degli interessi particolari delle multinazionali della chimica.

Firma la petizione ICE
http://www.stopglifosato.it/petizione-ice-stopglyphosate/

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)
 
Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI - AIAB - ANABIO- APINSIEME – ASSIS - ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA - ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ - CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali - CONSORZIO DELLA QUARANTINA - COSPE ONLUS - DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA - EQUIVITA - FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO - FEDERAZIONE PRO NATURA - FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA - FIRAB - GREEN BIZ - GREEN ITALIA - GREENME – GREENPEACE - IBFAN- ITALIA - IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST - ISDE Medici per l’Ambiente - ISTITUTO RAMAZZINI - ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE - LIPU-BIRDLIFE ITALIA - MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO - NAVDANYA INTERNATIONAL - NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE - PAN ITALIA – Pesticide Action Network - REES-MARCHE - SLOW FOOD ITALIA - TERRA NUOVA - TOURING CLUB ITALIANO - UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO - VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ - WWF ITALIA - WWOOF-ITALIA

 La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514
 
Gli uffici stampa:
Ufficio stampa AIAB: Michela Mazzali,- m.mazzali@aiab.it – Cell. 348 2652565
Ufficio Stampa Lipu : Andrea Mazza andrea.mazza@lipu.it Cell. 3403642091 Ufficio Stampa WWF : Cristina Maceroni, c.maceroni@wwf.it – Cell. 329.8315725 Ufficio Stampa Ufficio stampa Legambiente: Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it - Cell. 349.0597187 , Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it - 06.86268353
Ufficio stampa Associazione Biodinamica: Silverback, Greening the Communication – Francesca Biffi f.biffi@silverback.it - cell: 333 2164430

venerdì 30 dicembre 2016

Burkina Faso, bye bye al cotone della Monsanto

Nel 2009, il Burkina Faso aveva riposto tutte le sue speranze nel cotone OGM. Le promesse erano state straordinarie: meno lavoro, più rendimenti e profitti. La coltura transgenica era arrivata a coprire l’80 per cento della produzione nazionale, la seconda risorsa del Paese dopo l’oro. Poi, nel 2012, era cominciata la crisi, perché la qualità del raccolto era scarsa, le fibre non abbastanza lunghe. Il cotone burkinabè non era più competitivo e la crisi dilagava. Con la fine della dittatura. appoggiata dalle potenze occidentali, i produttori hanno trovato il coraggio di abbandonare l’opzione Ogm per tornare ai metodi tradizionali. L’ultimo raccolto è stato ottimo, sia dal punto di vista quantitativo che per la qualità  del prodotto. Il business della multinazionale acquisita dalla Bayer si è così dissolto e il governo democratico eletto in Burkina chiede al colosso Ogm un risarcimento per il danno subito che l’Association interprofessionnelle du coton quantifica in circa 74 milioni di euro. 

Fonte: redazione greenreport.it

La raccolta di cotone nel Burkina Faso, uscito da poco una dittatura trentennale appoggiata dall’Occidente, era in crisi e con un prodotto di scarsa qualità e alla fine i produttori di cotone burkinabé hanno avuto un’idea: farla finita con le sementi OGM del cotone BT di Monsanto e la cosa ha funzionato splendidamente. Non solo il raccolto è stato ottimo, ma il prodotto è di eccellente qualità, si vende bene e a un maggior prezzo. Insomma è stato un ritorno indietro, salvifico, al tempo del Burkina Faso socialista di Thomas Sankara.
Infatti – come spiega Axel Leclercq su Positvr – «il matrimonio tra Monsanto e il Burkina Faso risale al 2009. Àll’epoca questo Paese (che è annoverato tra i più poveri del nostro pianeta) aveva posto tutte le sue speranze nel cotone OGM dalle promesse straordinarie: meno lavoro, più rendimenti, più profitti. Grosso modo, Monsanto voleva cambiare la vita del Paese». Ma i produttori di cotone molto presto hanno capito che c’era qualcosa che non funzionava: il cotone BT Ogm non era di buona qualità e si vendeva male. Alla fine è arrivato il divorzio dalla multinazionale degli Ogm appena acquisita dalla Bayer.
Monsanto risponde che in Burkina Faso è stata fatta un «cattivo utilizzo del prodotto», ma gli agricoltori burkinabé non rimpiangono il cotone Ogm e sono convinti che il ritorno alle sementi tradizionali sarà seguito daglui altri produttori africani. Bruttissime notizie per Monsanto/Bayer che guardava all’Africa come la terra promessa degli Ogm: la spettacolare marcia indietro del Burkina Faso ha avuto un clamoroso successo e in molti pensano di cacciare Monsanto dai loro campi per tornare al cotone non OGM.
La fibra del cotone BT Monsanto è troppo corta e la lunghezza della fibra è il primo criterio di qualità del cotone, quindi i produttori burkinabé hanno pagato duramente sul mercato la fiducia riposte nelle promesse del governo golpista e nella Monsanto. Ora il nuovo governo nato dalla rivoluzione e dalle elezioni democratiche chiede addirittura un risarcimento alla multinazionale degli OGM e lAssociation interprofessionnelle du coton du Burkina (Aicb) quantifica il danno subìto in 50 miliardi di franchi Cfa, circa 74 milioni di euro.
E’ dal 2012 che il calo di qualità del cotone OGM si è fatto sentire con il calo delle entrate delle compagnie cotoniere: il cotone burkinabè perdeva colpi sul mercato mondiale rispetto agli altri cotoni dell’Africa occidentale, ma per le compagnie cotoniere burkinabè era difficile rinunciare dall’oggi al domani al cotone BT che era diventato popolare tra gli agricoltori perché richiedeva meno pesticidi e che all’inizio sembrava aver aumentato sensibilmente i rendimenti, cosa che era piaciuta molto ai contadini meno formati professionalmente.
Quando sono cominciate le difficoltà, Monsanto si era impegnata a rivedere le sue sementi, ma senza grande successo. Anno dopo anno le compagnie cotoniere hanno quindi richiesto sempre meno il cotone OGM, che ormai si coltivava nell’80% del territorio destinato a cotone. Quest’anno è stato chiesto agli agricoltori di non piantare cotone transgenico e di seminare quello tradizionale. Il nuovo direttore generale della Sofitex, una delle principali compagnie cotoniere, ha fatto il bilancio di danni prodotti dal cotone BT della Monsanto: da 20 a 30 franchi Cfa in meno per libbra di cotone, un danno non solo economico, ma anche morale e di immagine per il cotone burkinabè, l’oro bianco del Paese, la seconda risorsa del Burkina Faso dopo l’oro vero, ha perso la sua reputazione.
Per questo l’Aicb, dopo trattative discrete con Monsanto, ora reclama apertamente risarcimenti multimilionari in euro. L’Aicb ricorda che la ragione principale per la quale è stato adottato il cotone Ogm era la lotta ai bruchi che distruggevano i raccolti, ma «otto anni dopo, il Burkina Faso attualmente incontra problemi con questa speculazione, perché essendo corta la lunghezza della fibra gli stakeholder non sono più molto interessati». Insomma, le promesse del cotone Ogm di evitare i maggiori danni alle coltivazioni prodotte dagli insetti diventati resistenti ai pesticidi, accrescere la produzione, diminuire la quantità di insetticidi sparsi e i costi di produzione e la fatica nei campi, le ragioni che hanno portato ufficialmente il governo a dare il via libera a Monsanto, si sono trasformate negli anni in perdite finanziarie e in un abbassamento della qualità del cotone, fino a che, l’Aicb non ha inviato a Monsanto un memorandum e, 10 mesi dopo, si sono tenuti a Ouagadougou diversi incontri tra cotonieri Burkinabé e la multinazionale che non ha mostrato di recepire le ragioni dell’Aicb  che, appoggiata dal nuovo governo, ha quindi deciso di produrre il 100% di cotone tradizionale nella stagione 2016/2017.
La Sofitex, che ha un bel po’ di colpe in questo disastro, non se le assume e avverte furbescamente che «il ritorno al cotone convenzionale non è un rifiuto del cotone OGM, ancor meno della partnership con Monsanto, ma piuttosto un ripiegamento tattico, vale a dire “tornare indietro per saltare meglio”, attendendo che il marchio Monsanto continui le ricerche in collaborazione con l’Inera in vista di migliorare la lunghezza della fibra del cotone OGM che attualmente è controversa sul mercato mondiale e che comporta delle perdite enormi per la filiera cotoniera del Burkina Faso».
Ma sarà molto difficile che gli agricoltori Burkinabè, i quali, visto pur in una situazione ambientale e climatica difficile, si godono un raccolto mai visto credano ancora alle promesse di Monsanto e dei suoi complici burkinabé. Infatti è la stessa Sofitex ad ammettere che «il ritorno alla coltura del cotone geneticamente modificato di Monsanto o di qualsiasi altro marchio che sviluppi delle tecnologie similari potrà essere preso in considerazione dall’Association interprofessionnelle du coton du Burkina (Aicb) solo quando saranno attuati i lavori di recupero delle caratteristiche del label coton burkinabé». Cosa che, come hanno dimostrato i fatti, sembra impossibile con il “metodo” Monsanto, che forse ha meno amici nel Burkina Faso dove è tornata la democrazia.

giovedì 24 dicembre 2015

Poesia

Natale nero 1917

Non accendere i lumi in questa tetra sera,
che sin lo spazio è una cappa strozzata:
non viene san Michele con la sua santa spada
a squarciare le nubi perché ascendano i cuori.
Dimènticati i salmi, confortanti e devoti
E i cori alti in dulci jubilo.
“Morte e sventura”
È di questo Natale il sordo accordo.
Quale una vergine stolta, il mondo ha dissipato
l’olio della lucerna, l’esca è nera di fumo;
lo sposo tarda, le campane tacciono,
né giungono i re magi guidati dalla stella.
Questa notte non è rinato un dio
e non scendono gli angeli nei sogni dei bambini;
in attesa che passi il Natale
vegliano neri elfi al canto delle case.
A fatica la misera madre riscalda
il figlio stento nelle proprie braccia
e sogna, la vigilia, le doglie di Maria:
non c’è stanza in locanda, non c’è pane in dispensa,
e gli sbirri di Erode vanno di porta in porta;
infascia il bimbo e fuggi via!
Esodo e addio
ti canta il mattutino, anima stanca

Erik Axel Karlfeld
(Poeta svedese, premio Nobel alla memoria 1931)

Auguri dal Gruppo Amici della Poesia !

domenica 26 aprile 2015

La lezione della Resistenza che può aiutarci a diventare un popolo adulto



L'intervento del presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky per la commemorazione del 25 aprile


Dopo settant'anni, le celebrazioni della Liberazione si rivolgono ormai a chi non ha vissuto i fatti o, almeno, i tempi della Resistenza. Quella generazione è quasi scomparsa. Per le nuove generazioni e, soprattutto, per quella di chi oggi è ragazzo, non si tratta di rivivere e rievocare vicende partecipate personalmente. Chi può dire, allora davvero, se non le ha vissute, quali furono le alternative di fronte alle quali si trovarono gli uomini e le donne di allora, i terrori, gli incubi, i pericoli, i dubbi che gravavano sulle coscienze, ma anche i progetti, gli ideali, le speranze che mossero i ribelli al fascismo e al nazismo? TEMPO di scelte tragiche alle quali, per nostra fortuna, da allora non siamo più stati chiamati. Dobbiamo anche oggi prendere posizione, non con le armi ma con la consapevolezza di ciò che allora divise il nostro Paese in una guerra che fu anche una guerra tra Italiani, una guerra civile, tra tutte le guerre la più crudele. E dobbiamo farlo con umiltà, perché noi non siamo stati messi alla prova e non possiamo dire con certezza da quale parte ci saremmo trovati.
Quale fosse la posta in gioco, possiamo comprendere nel modo più vivo attraverso le Lettere dei condannati a morte della Resistenza: confessioni scritte nella totale sincerità di chi non si aspetta più nulla per sé, dà testimonianza del significato della scelta che lo sta portando a morte e non sa neppure se le sue parole sarebbero uscite dalla cella di detenzione per arrivare alle mogli, ai figli , ai compagni e alle compagne, agli amici. Lettere in cui la coscienza è lacerata tra due fedeltà: l’una verso la loro idea d’Italia; l’altra verso i familiari e le persone care, alle quali si chiede ripetutamente perdono per avere anteposto all’amore verso di loro, l’amor di Patria (parola allora ricorrente).
Scelte impervie, secondo un certo modo di pensare estranee allo spirito comune di noi italiani. La Resistenza, s’è detto, sarebbe estranea allo spirito profondo del popolo italiano, spirito tutt’altro che “resistenziale”, ma piuttosto “accomodante”. Per quello che si potrebbe chiamare “revisionismo etico”, il carattere autentico della nostra identità nazionale sarebbe rappresentato da quella parte più numerosa del popolo italiano, aperta a qualunque compromesso, pur di assicurarsi una vita tranquilla, al riparo dai pericoli. In migliaia per il 70° della Liberazione
Così ragionando, si finisce per considerare il fascismo, l’alleanza con la Germania nazista come una semplice parentesi nella nostra storia, e così pure l’antifascismo, che ne sarebbe stata la reazione senza autentiche e profonde radici nel nostro costume: l’uno e l’altra vicende da racchiudere in una memoria che dimentichi l’asprezza del conflitto valorizzando chi non stava né dall’una né dall’altra parte, la zona grigia accomodante. Il popolo italiano rifugge dagli estremismi, dice questa forma di memoria che si vorrebbe condivisa: nel peccato di estremismo sarebbero caduti tanto i fascisti quanto gli antifascisti. Questa interpretazione dei fatti del biennio 1943/1945 porta a una conclusione: avevano entrambi torto, si equivalevano dunque. Le crudeltà, le vendette personali, gli abusi che la guerra civile – come tutte le guerre civili – portò con sé, di cui gli storici cercano di costruire un memoriale di umana comprensione, sarebbero l’argomento a favore degli “attendisti”, della “zona grigia” di coloro che non si schierarono né con gli uni, né con gli altri. Costoro sarebbero stati i veri interpreti dell’animo profondo degli italiani, un popolo di moderati. Dimenticare la Resistenza, dunque, e con essa, il fascismo: legarli insieme e relegarli in una nota a piè di pagina nei libri di storia.
È questo ciò su cui pensiamo che una storia comune possa essere costruita? Il conformismo di chi sta a guardare quando si combatte per beni supremi, come la libertà, l’indipendenza, la dignità degli esseri umani, la pace? Nell’Antichità, quando un conflitto di questo genere, la stasis, si verificava e nessun’altra soluzione sembrava possibile, l’impegno personale e diretto – o di qua o di là –si considerava un obbligo civile. Si voleva evitare che si stesse alla finestra, come fanno gli opportunisti, per poi approfittare del sacrificio di chi si è messo in gioco e ha rischiato la vita per un ideale. Di tutte le posizioni, la meno degna è proprio questa: assumere l’opportunismo come virtù; credere di superare il conflitto che settant’anni fa ha diviso l’Italia in nome d’una debolezza. Facciamo attenzione a che l’appello giusto e ripetuto, soprattutto in questi giorni, alla “memoria condivisa” e alla riconciliazione, non finisca per esaltare l’opportunismo come virtù politica. In ogni caso, l’equidistanza non risponde alla domanda cruciale: che cosa sarebbe successo se avessero vinto i fascisti e i loro alleati nazisti? Guardiamo ai fatti e ricordiamo i programmi. La Germania vincitrice avrebbe istituito il “Reich millenario”. Avrebbe distrutto la civiltà liberale e cristiana, avrebbe instaurato il dominio della “razza ariana”, sterminando i “non integrabili”, gli ebrei, i rom, gli omosessuali, gli oppositori politici irriducibili; avrebbe sottomesso le “razze inferiori”, gli slavi e anche i popoli latini dal sangue impuro per i tanti mescolamenti o “contaminazioni” prodottesi nei secoli. Li avrebbe costretti a servire l’impero ariano. Oggi si dice che all’Italia sarebbe stato riconosciuto un suo degno posto nel nuovo ordine mondiale: la mano libera nella colonizzazione del continente africano. Che bella prospettiva: colonialismo su larga scala. Comunque, la guida del nuovo mondo sarebbe stata la Germania, con la sua ideologia, la Wehrmacht, le SS, la Gestapo, i campi di concentramento e di sterminio. L’Italia e l’Europa sarebbero state sotto il giogo d’un regime di pretesi super-uomini che avevano dato prova di sé scatenando guerre d’espansione e pulizie etniche, provocando milioni di morti, diffondendo il terrore nella vita quotidiana, promuovendo mostruosi esperimenti e campagne eugenetiche. Non sono esagerazioni: questo era l’alleato, questi i super-uomini che i nostri fascisti goffamente volevano imitare. Allora, alla domanda: che cosa sarebbe successo, non possiamo dare una risposta equidistante. Una parte stava con queste barbarie, l’altra contro. Occorre ricordare e rendere onore e gratitudine a chi ha scelto la parte secondo umanità, giustizia e libertà, la parte che ci consente di essere  qui a discutere
liberamente del nostro passato e del nostro futuro.

Altra cosa è riconoscere che chi stava dalla parte sbagliata non era necessariamente un criminale, un fanatico. L'indottrinamento al quale il fascismo aveva sottoposto gli Italiani faceva la sua parte; l'illusione di stare con il governo legittimo, anche. Il passaggio con i partigiani e con la resistenza, cioè con quelli che i proclami della Wehrmacht chiamavano banditi, "Banditen", si scontrava in non pochi con un senso del dovere nei confronti d'un concetto, sia pure corrotto, di Patria. Non si trattava soltanto d'adesione a ideologie funeste o di timore per le ritorsioni e per la possibile deportazione nei campi di lavoro in Germania. Per questo, ancora una volta, sospendiamo il giudizio.

C'è poi una seconda domanda. E se la guerra si fosse conclusa esclusivamente con la conquista da parte degli eserciti degli Alleati? Se le autorità militari anglo-americane non avessero avuto a che fare con il Corpo Volontari della Libertà, con i Comitati di Liberazione Nazionale e con i rinati partiti politici che ai Comitati avevano dato vita?

La sconfitta del III Reich e della repubblica di Salò non fu certo determinata soltanto, e nemmeno prevalentemente, dalle forze della resistenza interna. Ma, se questa non ci fosse stata, la parola adatta a descrivere la situazione del nostro Paese sarebbe "debellatio", annichilimento. Gli Alleati trovarono un popolo che lottava per la sua identità, oltre che per il proprio onore e il proprio futuro. Gli storici discutono delle dimensioni della Resistenza, tra resistenza attiva con le armi in pugno, resistenza passiva, aiuto e sostegno diffuso, fiancheggiatori più o meno esposti. Tanto meno numerosi, tanto più merito. In ogni caso, la Resistenza in Italia, a differenza di ciò che accadde in Germania, fu ciò che permise al nostro Paese di salvaguardare la propria autonomia, di sedere nel contesto internazionale tra le nazioni libere e di ricominciare a prendere nelle nostre mani l'opera della ricostruzione. Il primo passo fu l'Assemblea Costituente, il primo parlamento democratico, eletto a suffragio universale, del nostro Paese; il primo frutto fu la Costituzione.

Si può dire che la nostra sia una costituzione antifascista? Che oggi abbia un senso definirla così, quando il fascismo storico è stato sconfitto e, almeno per ora, un altro non sembra riproporsi nelle forme di allora? Consideriamo che esiste un fascismo perenne, di cui quello storico è stato solo una manifestazione. Facciamo questo esperimento. Amor di Patria era espressione sulla bocca dei fascisti come degli antifascisti. Ma, che cosa era per gli uni e per gli altri?
Per i fascisti, si traduceva in "italianità" e nazionalismo, in culto della forza e della guerra, nella visione gerarchica della società, in amore per la "bella morte", in retorica dell'onore virile. Tutto questo stava nell'amor di Patria. Per gli antifascisti, era esattamente l'opposto: al nazionalismo si contrapponeva la fratellanza tra i popoli; all'esaltazione della forza, il dovere dello studio e l'impegno nel lavoro; al culto della guerra, l'aspirazione alla pace; alla gerarchia, l'uguaglianza; alla seduzione della bella morte, l'aspirazione alla vita; all'onore virile, la libertà per tutti.

Tutto questo troviamo trascritto nella Costituzione, se la sappiamo leggere in controluce rispetto a ciò ch'essa ha voluto negare e a ciò che, al contrario, ha voluto affermare. In questo senso, possiamo, anzi dobbiamo tranquillamente dire che la nostra è una costituzione scritta per contrastare il fascismo perenne. Quando ci si chiede in che cosa consiste lo spirito della Liberazione, lo vediamo nelle immagini di popolo, uomini e donne, giovani e anziani, che nella giornata del 25 aprile scesero nelle strade e nelle piazze a festeggiare i partigiani che sfilavano, a manifestare festanti e felici la volontà di riprendere il futuro nelle proprie mani. Le immagini che ci hanno tramandato quel momento colpiscono ancora. Anzi colpiscono particolarmente in un momento com'è il nostro, in cui tanto bisogno avremmo di attingere a quelle energie, a quella fiducia, a quel bisogno di libertà, di giustizia e di pace. La nostra Costituzione  -  ripeto: se la sappiamo leggere  -  è come un serbatoio che racchiude quelle energie, alle quali possiamo attingere nei momenti di difficoltà. Non è dall'alto dei poteri costituiti, da soli, che possiamo pensare di ricevere la salvezza. Sono i germogli che nascono nella società, spesso tra i più umili, dove si trova talora una consapevolezza che manca altrove. Ho ricordato all'inizio le Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Le voglio riprendere alla fine, citandone due.
Pietro Benedetti, un artigiano fucilato il 29 aprile 1944, scrive ai figli: "Amatevi l'un l'altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli".

Più di tutte, commoventi sono le parole di Paola Garelli, pettinatrice di Mondovì, fucilata il 1° novembre 1944, che scrive alla sua piccola bimba: "La tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo (...) la tua infelice mamma".
Che distanza! Che commozione e, forse anche, che sferzata! Soprattutto: "Quando sarai grande capirai". Ecco il compito: aiutare a capire e così aiutarci a diventare un popolo adulto.

lunedì 8 dicembre 2014

Salvador, giustizia non è fatta

Il 4 dicembre 1980 quattro suore statunitensi che si occupavano dei poveri in Salvador furono brutalmente uccise dagli squadroni della morte. Il caso indignò l’opinione pubblica americana e contribuì a far luce sul coinvolgimento degli Stati Uniti nel paese centroamericano e sui metodi dei militari salvadoregni. Trentaquattro anni dopo la strage continua a far discutere e si dimostra una vera storia americana. A seguire, il link alla video-inchiesta del New York Times rilanciata in Italia da Internazionale.




_________________________________________________

There's a sunny little country south of Mexico
Where the winds are gentle and the waters flow.
But breezes aren't the only thing that blow
In El Salvador.

If you took the little lady on a moonlight drive
Odds are still good you'd come back alive.
But everyone is innocent until they arrive
In El Salvador.

If the rebels take a bus on the Grand Highway,
The government destroys a village miles away.
The man on the radio says now we'll play
"South of the Border"....
And in the morning the natives say,
"We're happy you have lived another day."
Last night a thousand more passed away
In El Salvador.

La, la, la, la....

There's a television crew here from ABC
Filming Rio Lempo and the refugees.
Calling murdered children the tragedy
Of El Salvador.

Before the government camera twenty feet away
Another man is asking for continued aid:
Food, and mediciine, and hand grenades
For El Salvador.

There's a thump, a rumble, and the buildings sway
A soldier fires the acid spray
The public address system starts to play
"South of the Border"....
You run for cover, and hide your eyes
You hear the screams from paradise
They've fallen further than you realize
In El Salvador.

Just like Poland is protected by her Russian friends,
The Junta is assisted by Americans.
And if sixty million dollars seems too much to spend
In El Salvador.

They say for, half-a-billion they can do it right.
Bomb all day, and burn all night.
Until there's not a living thing upright
In EI Salvador.

They'll continue training troops in the U.S.A
And watch the nuns that got away
And teach their military bands to play
"South of the Border"...
And kill the people to set them free
Who put this price on their liberty
Don't you think it's time to leave
El Salvador?

Lyrics by Noel Paul Stookey and Jim Wallis
Music by Noel Paul Stookey