venerdì 19 maggio 2017

Il naufragio dei bambini, strage senza colpevoli

Nel 2013 la Marina italiana poteva salvare i migranti, ma l'ufficiale ordinò: "Andate via". Nel disastro morirono 268 persone
Fabrizio Gatti, Repubblica.it


La Marina militare italiana si nascondeva. Il peschereccio crivellato di colpi con a bordo 480 profughi siriani in tutto, il dottor Mohanad Jammo, sua moglie, i loro tre figli e altri 100 bambini, sta affondando a 61 miglia a Sud di Lampedusa. Ma da via della Storta 701 a Roma il Comando in capo della squadra navale, il Cincnav, ordina a nave Libra di togliersi di mezzo. Proprio così: deve nascondersi per non farsi vedere dalle motovedette maltesi.

Sono le 15.37 dell'11 ottobre 2013. La Libra dall'inizio dell'emergenza è l'unità più vicina, appena 17 miglia, un'ora di navigazione. Il capitano di fregata Nicola Giannotta, 43 anni, ufficiale in servizio alla centrale operativa aeronavale telefona a Luca Licciardi, 47 anni, capo sezione attività correnti della sala operativa del Cincnav. Gli chiede che cosa deve riferire alla Libra. La risposta di Licciardi è questa: "Che non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette... te lo chiami al telefono, oh, stanno uscendo le motovedette, non farti trovare davanti ai coglioni delle motovedette che sennò questi se ne tornano indietro".

Malta è lontana 118 miglia. La motovedetta maltese è ancora a più di due ore. Il capitano Giannotta obbedisce e chiama la Libra. Ordina che si tolga dalla congiungente tra Malta e il barcone, la rotta più breve. Con le seguenti parole: "Perché se vi vede a un certo punto (la motovedetta maltese)... eh, gira la capa al ciuccio e se ne va". E così l'ultima salvezza, la nave militare comandata da Catia Pellegrino, 41 anni, l'unico ufficiale davvero all'oscuro dello scaricabarile, si allontana oltre l'orizzonte, portandosi a 19 miglia nella direzione opposta al barcone. A quell'ora potrebbero ancora salvarli tutti. Il peschereccio si rovescia alle 17.07, dopo cinque ore di inutile attesa dalla prima richiesta di soccorso alla Guardia costiera. Almeno duecentosessantotto morti, sessanta bambini, quasi tutti caduti in mare e mai più ritrovati.
La motovedetta maltese, il pattugliatore P61, arriverà sul punto del disastro soltanto alle 17.51. Nave Libra addirittura più tardi, alle 18. Riescono a tirare a bordo duecentododici persone. Scende la sera. E molti bimbi che i sopravvissuti giurano di aver visto in acqua aggrappati a tavole di legno non appaiono nell'elenco dei superstiti. Nel buio sono finiti alla deriva per sempre.

"Ricordo perfettamente il dramma di quel naufragio", dice Enrico Letta, capo del governo in quei terribili giorni: "Questa nuova tragedia dell'11 ottobre, insieme con quella della settimana prima a Lampedusa, ci spinse a varare subito l'operazione Mare nostrum. Ci sono momenti in cui il salvataggio delle vite umane è questione di ore, se non di minuti. E mi resi conto che non si poteva lasciare la soluzione di queste vicende alla mercé della buona volontà o della casualità, ma bisognava costruire un quadro giuridico ben preciso perché non ci fossero morti. Io sono orgoglioso della soluzione che trovammo, perché servì a salvare migliaia di vite. Anni dopo resto convinto che quel modello vale anche oggi".

NESSUN REATO, TUTTO REGOLARE - La Procura di Roma ritiene che il comportamento tenuto dagli ufficiali della Marina sia regolare. Il 3 aprile di quest'anno, con un atto firmato dal procuratore Giuseppe Pignatone e i sostituti Francesco Scavo Lombardo e Santina Lionetti, viene chiesta l'archiviazione per gli unici quattro indagati. Sono il capitano Giannotta, il collega Licciardi, la comandante Pellegrino e Leopoldo Manna, capo della centrale operativa di Roma della Guardia costiera, tutti sotto inchiesta per omissione di soccorso. Nelle undici pagine della richiesta, da cui abbiamo estratto le telefonate del Comando della squadra navale, i magistrati scrivono che l'azione dei quattro "può ritenersi rispettosa della complessa e dettagliata disciplina del settore". Secondo Pignatone e i due sostituti procuratori, gli ufficiali non erano consapevoli del reale pericolo a bordo del peschereccio. L'indagine affidata alla Guardia di finanza, però, sembra non aver preso in considerazione le precise informazioni riferite alla Guardia costiera da Mohanad Jammo, 44 anni, il medico di Aleppo che con un telefono satellitare dal barcone alla deriva chiamava la sala operativa di Roma e della Valletta. Scartate anche parte delle conversazioni tra il Cincnav e la Guardia costiera e tra questa e le Forze armate di Malta durante le quali, alla formale richiesta dei maltesi, gli ufficiali italiani negano l'invio di nave Libra. Sono le stesse che sentiamo nel videoracconto "Il naufragio dei bambini" pubblicato da L'Espresso e Repubblica.

Un'altra inchiesta contro ignoti è stata aperta ad Agrigento. Qui il procuratore Renato Di Natale, l'aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto Silvia Baldi hanno chiesto l'archiviazione perché, secondo loro, la responsabilità dell'omissione di soccorso è delle autorità di Malta: "L'imbarcazione dei migranti si trovava inequivocabilmente nelle acque territoriali di quel Paese", scrivono i magistrati. Forse una svista: le acque territoriali arrivano a 12 miglia, il dottor Jammo e tutti gli altri sono fermi a 118 miglia da Malta. In realtà il peschereccio, pur essendo molto più vicino a Lampedusa, è nell'area di competenza maltese per le attività soccorso. Alle richieste di archiviazione hanno presentato opposizione i genitori che hanno perso i loro bambini, assistiti dagli avvocati Arturo Salerni, Gaetano Pasqualino e Alessandra Ballerini. Il loro appello alla giustizia è ora nelle mani dei giudici.

LE TELEFONATE MAI ASCOLTATE - Le informazioni che il dottor Jammo riferisce al tenente di vascello Clarissa Torturo, 40 anni, l'ufficiale di servizio alla centrale di Roma, sono inequivocabili e ben comprese. Tanto che l'allora comandante della Guardia costiera, l'ammiraglio Felicio Angrisano, le riporta in una lettera inviata a L'Espresso nel 2013: "Ore 12.39... presenza a bordo di due bambini bisognevoli di cure... unità che con motore fermo, imbarca acqua", scrive l'ammiraglio. A quell'ora Jammo dice che l'acqua nello scafo ha raggiunto il mezzo metro. Difficile sostenere che non si sappia del pericolo.

Alle 14.35 l'ufficiale di servizio a Roma, parlando con le Forze armate di Malta, scopre che non hanno ricevuto la parte di fax con cui la Guardia costiera chiedeva ai maltesi di assumere il coordinamento dei soccorsi. Due ore perse. Nonostante questo, la Marina continua a nascondere nave Libra. Alle 15.12 l'operatore Butera di Cincnav chiama il tenente Torturo per avere aggiornamenti. "Malta ha risposto: assumo il coordinamento", spiega Torturo: "Gli abbiamo detto che c'è una unità della Marina in zona. Non gli abbiamo dato posizione e niente". "Ah, ok", risponde Butera. A quell'ora la Libra, molto adatta quel tipo di soccorso, è ad appena 17 miglia. Il mercantile più vicino è a 70. Malta dirotta una sua motovedetta, ma è ancora lontanissima. E alle 15.37 i superiori di Butera, Luca Licciardi e Nicola Giannotta, ordinano a Catia Pellegrino di andare a nascondersi.
Alle 16.38 Antonio Miniero, 42 anni, tenente di vascello della Guardia costiera, telefona al capitano Giannotta della Marina. Gli dice che Malta ha mandato un aereo sui profughi alla deriva e i piloti hanno scoperto che la Libra è praticamente lì, a 19 miglia. Vogliono dare istruzioni alla nave, essendo i maltesi l'autorità di soccorso competente. La richiesta di Malta è ufficiale. "Sarebbe il caso...", suggerisce Miniero. "Un attimo, io qua ne devo parlare con il capo ufficio operazioni", risponde Giannotta. Alle 16.44 Licciardi, il capo ufficio, contatta Giannotta: "E chiude la telefonata dicendo che a nave Libra non devono dire niente", annotano i magistrati romani nella richiesta di archiviazione. Solo alle 17.04, all'ennesimo sollecito di Malta, il comando della Marina ordina a Catia Pellegrino di avvicinarsi. Tre minuti dopo il barcone dei bambini si rovescia. E la Libra è ancora lontana.


mercoledì 26 aprile 2017

VENEZUELA, prove di guerra civile


  Quanti morti servono per riprendere il dialogo? E portare il paese alle elezioni?




La lunga e drammatica crisi venezuelana divide radicalmente le opinioni degli osservatori, esperti e politici, in particolare in America Latina. Intanto la situazione è sempre più critica: in pochi giorni i morti sono ormai saliti a 21 (30 al momento della pubblicazione sul ns. blog, NdR). Da giorni, a diverse ore della giornata, in tutte le principali città del Paese gli scontri fra le due parti si moltiplicano e la spirale della violenza non si ferma. Ovviamente la situazione venezuelana divide anche l’opinione pubblica ovunque e anche i media. C’è chi dà ragione al governo del Presidente Nicolás Maduro e ai partiti che lo appoggiano: otto, di cui 4 con rappresentazione parlamentare. Invece c’è ch
i sostiene i partiti dell’opposizione riuniti nel Tavolo per l’unità democratica (MUD): sedici di cui 13 con rappresentanza parlamentare. Nell’Assemblea Nazionale, parlamento unicamerale, il governo ha 55 voti e le opposizioni 112 (Legislatura 2016-2021).
Dentro il Paese le cose però sono un po’ più articolate perché una parte dei venezuelani, abbastanza minoritaria, si colloca in questa dialettica descritta e si tratta spesso di gruppi guidati e manipolati dai sostenitori o dai contrari al governo. Sono minoranze ma rumorose e sanno avvalersi con astuzia dei media che, divisi anche essi in due posizioni, partecipano con entusiasmo al gioco.
L’immensa maggioranza del Paese vive, meglio sopravvive, in un’altra dimensione: contrari o favorevoli a Maduro sono milioni di venezuelani che cercano ogni giorno di passare la giornata e garantirsi un minimo per il domani. Loro non hanno tempo per far parte attiva dello scontro che dilania e devasta la nazione venezuelana. Le loro teste si trovano in un’altra dimensione che, naturalmente, è lontana anni luce dalla guerra tra le oligarchie che hanno preso in ostaggio il Paese. Se nelle manifestazioni di questi giorni sono scesi per strada 6 milioni di venezuelani, cifra senza riscontro e verifica plausibili, si tratterebbe solo del 20% della popolazione totale (30.410.000).
In Venezuela nessuna delle parti, governo e opposizioni, rappresentano una soluzione; anzi, governo e opposizioni sono il vero problema, in particolare il fatto che nessuna riconosce l’altro come vero interlocutore. Da quattro anni almeno il Paese è paralizzato, ingabbiato, in discesa continua, dall’odio reciproco, dalla mediocrità politica, dalle ambizioni smisurate dei leader o presunti tali e dalla confusione mentale che colpisce in uguale maniera ciò che resta del “chavismo” senza Chávez (Maduro e i suoi, forti solo perché sostenuti dalla maggioranza delle Forze armate) e ciò che viene chiamato opposizione ma che in realtà è un raggruppamento di 4 o 5 pretendenti alla poltrona di Maduro con la propria parvenza di partito politico.
Questo antagonismo dei protagonisti, non particolarmente sinceri e lineari, maestri del gioco tattico, meschini, senza visione lungimirante sul futuro del Paese e, in realtà, senza particolare interesse vero per il popolo, ormai allo stremo, non ha mai permesso il decollo di un dialogo e tutti coloro, e sono tanti, che hanno provato a mediare e/o facilitare l’incontro tra le parti sono stati impallinati dall’una e dall’altra parte. E’ accaduto con la buona volontà di Papa Francesco e della diplomazia vaticana, con l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) guidata dall’ex Presidente colombiano Ernesto Samper, con l’autorevole assistenza di tre politici di primo ordine: l’ex Premier spagnolo Rodríguez Zapatero, gli ex governanti Leonel Fernández (Repubblica Dominicana) e Martín Torrijos (Panamà). Non solo. Le parti, in particolare Maduro e gli uomini forti del “chavismo”, hanno fatto, tra bugie e acrobazie verbose, orecchie da mercante di fronte ai consigli saggi e tempestivi dei governi di Cuba, del Cile, della Bolivia, del Nicaragua e di tanti altri come le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la stessa Russia di Putin così come della Cina e dell’Algeria.
L’una e l’altra parte è convinta che può schiacciare l’avversario e quindi non sono mai stati sinceramente disposte al dialogo e per dare una parvenza di giustificazione al proprio settarismo si sono arrampicate su mille tralicci ideologici, a volte farneticanti. Ora sembrerebbe che tutti e due hanno imboccato la strada dello scontro e della violenza, prove di guerra civile. Il penultimo errore prima della catastrofe.
A questo c’è una sola via che può evitare il peggio: la mobilitazione dei governi dell’America Latina, ma non solo, dell’ONU e dell’Unione Europea per costringere le parti ad andare al voto per rinnovare le più alte cariche dello Stato e i governatori degli stati ma anche l’Assemblea Nazionale dando garanzie su un processo elettorale breve, pulito e sotto osservazione internazionale, ma anche garanzie sul rispetto dei risultati.
La stampa riferisce che, Papa Francesco avrebbe espresso al Ministro degli Affari esteri dell’Argentina, signora Susana Malcorra, la sua angoscia e preoccupazione per la situazione in Venezuela e il suo desiderio di mantenere fermo l’impegno in favore del dialogo tra le parti. Simile concetto avrebbe ribadito alla Ministro argentina il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin. E’ l’unica via sensata e possibile per fermare la violenza ormai senza freni. Occorre però che, in particolare, i governi latinoamericani esercitino pressioni per indurre le parti alla ragionevolezza, e cioè alle elezioni. A questo punto, seppure con ritardo, è urgente restituire al popolo venezuelano il suo diritto a decidere e quanto sarà eventualmente deciso nelle urne deve essere rispettato da tutti.
La Chiesa cattolica in Venezuela, trascinata spesso alla propria causa da parte delle opposizioni, violentamene attaccata e contestata dal governo, può avere un ruolo decisivo se riesce a far passare i veri contenuti della sua posizione altrimenti, come accade già oggi, sarà immischiata in un conflitto gravissimo. Deve essere chiarissimo che la Chiesa non è patrimonio politico di nessuno e che non è sua missione deporre o insediare governi. Spetta alla Chiesa la difesa del bene comune dei venezuelani e oggi questo bene comune si chiama “soluzione politica del conflitto”. Occorre dunque chiarire ogni ambiguità e i vescovi dovrebbero agire in modo più compatto evitando di moltiplicare commenti e analisi in una situazione tanto ingarbugliata che a volte basta una sola parola poco felice per trarre conseguenze fuorvianti. Occorre più compattezza dietro alle esortazioni di Papa Francesco e dietro a quanto ormai dice dal giorno della sua elezione.

giovedì 20 aprile 2017

Saviano: Gabriele Del Grande e la libertà di tutti

C'è sempre un complotto pronto per giustificare gli arresti: le centinaia di giornalisti, scrittori, oppositori incarcerati da Ankara ne stanno pagando il prezzo
L'ARRESTO di un reporter potrebbe sembrare a qualcuno un atto di barbarie distante compiuto da un regime autocratico, un atto che non riguarda la nostra democrazia. Ma non è così. La detenzione di Gabriele Del Grande rientra in un percorso strategico preciso del governo di Erdogan: il leader di Ankara vuole dimostrare che chiunque racconti liberamente cosa accade in Turchia delegittima il Paese, alimenta quel clima di diffamazione agitato dai media neo-ottomani.

Nell'immaginazione di Erdogan la stampa non controllata da lui è sempre una stampa pagata e corrotta da qualcuno: controllarla e censurarla diventa — per il regime — un atto legittimo di un governo sovrano che tutela la sua immagine. È un'argomentazione molto simile a quella che si ascolta nei dibattiti gonfi di veleno che si svolgono sui social, sono argomentazioni in grado di accalappiare — come si fa con un animale preso alla gola — il consenso.

Gabriele non ha commesso alcun reato, non voleva fare altro che raccontare quello che vedeva e di cui veniva a conoscenza. Raccogliere testimonianze dirette è diritto e dovere di qualsiasi giornalista: diritto che dovrebbe essere tutelato in qualsiasi democrazia. Ma il suo arresto riguarda tutti non solo perché Gabriele è innocente.

La Turchia non si allontana semplicemente dall'Europa dei diritti, ma dimostra che sta iniziando un nuovo percorso autoritario che rischia di suggestionare tutte le forze populiste del mondo: quello di affermare che qualsiasi racconto diretto, libero e non negoziato con l'autorità sia un attacco compiuto per conto di gruppi di potere che possono essere di volta in volta gli occidentali, gli ebrei, i massoni e qualsiasi nemico immaginario il regime abbia bisogno di inventare all'occasione. C'è sempre un complotto pronto per giustificare gli arresti: le centinaia di giornalisti, scrittori, oppositori incarcerati da Ankara ne stanno pagando il prezzo.

Per Erdogan i diritti più elementari, come quello della libertà d'espressione, sono semplicemente dettagli e chi li rivendica è un nemico dello sviluppo del Paese. Queste tesi potrebbero essere messe nella bocca di tutti quei leader del mondo che invece di rispondere alle critiche politiche delegittimano chi le pronuncia.

Ecco perché la vita di Gabriele riguarda la nostra vita e i ritardi inspiegabili con cui la Farnesina è intervenuta mostrano quanto non ci si renda conto dell'importanza internazionale di questo caso. Difendere Gabriele equivale a difendere nel mondo la libertà d'espressione.






"MOBILITATEVI PER ME", le iniziative






giovedì 30 marzo 2017

Taranto, Europa

Lettera PeaceLink alla Commissione Europea "A Taranto evidenze di gravità estrema emerse recentemente che confermano una situazione sanitaria inaccettabile legata alle emissioni industriali"




NAFTALENE NELLE URINE DELLE DONNE

La Commissione Europea da oggi sa che a Taranto le donne urinano naftalene.
Nella lettera si legge: "Il naftalene, fra gli IPA cancerogeni, è la principale emissione in massa della cokeria. Esso è classificato dallo IARC, l’Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro, fra le sostanze appartenenti al gruppo 2B, ossia fra i cancerogeni possibili. I bambini esposti al naftalene hanno mostrato segni di danno cromosomico, come riportato dalla letteratura scientifica".

WIND DAYS, IMMUNODEPRESSI A RISCHIO

PeaceLink continua a rimarcare non accettabilità del rischio sanitario collegato ai Wind Days.
"La situazione a Taranto, - si legge nella lettera alla Commissione Europea - nonostante la minore produzione dell’Ilva, continua a non essere accettabile dal punto di vista sanitario. Prova ne sono i “wind days”, ossia i giorni di vento dall'area industriale in cui la salute delle fasce della popolazione più fragile è in pericolo (bambini, anziani, cardiopatici, immunodepressi, etc.), come si evince dalle indicazioni precauzionali della ASL che invita ad aprire le finestre nelle ore di minore inquinamento, ovvero tra le ore 12 e le ore 18.

STUDIO FORASTIERE 2016, ECCESSO DI INFARTI

Ma la prova schiacciante che il rischio sanitario sia inaccettabile a Taranto viene dall'aggiornamento dello Studio Forastiere 2016, uno studio epidemiologico che PeaceLink segnala alla Commissione Europea in questi termini:
"L’esposizione alle polveri industriali è responsabile di un +4% di mortalità e di un incremento specifico della mortalità per tumore polmonare del +5%.
Inoltre, alle polveri industriali è associato un incremento del +10% per infarto del miocardio, il che significa che tali polveri producono non solo un impatto a lungo termine (tumore polmonare) ma anche un impatto immediato in quanto gli infarti avvengono, come dimostra lo studio in oggetto, negli stessi giorni in cui si verificano incrementi di polveri sottili provenienti dall’area industriale".

Alla luce di questi dati - concludono Antonia Battaglia, Fulvia Gravame, Luciano Manna e Alessandro Marescotti - "Peacelink chiede quali altre violazioni al diritto comunitario debbano verificarsi affinché la Commissione Europea intervenga a protezione dei cittadini di Taranto e degli operai dell’Ilva".

ALLEGATO:
Redazione Peacelink

mercoledì 22 marzo 2017

Stop Glifosato

PER L'ECHA GLIFOSATO NON CANCEROGENO, MA NON SI SA NULLA SU ESPOSIZIONE PROLUNGATA

LA COALIZIONE #STOPGLIFOSATO: “PARERE VIZIATO DA UN CONFLITTO D’INTERESSI SULLA PELLE DEI CITTADINI”


  L’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha deciso oggi che il glifosato non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, ma seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”. L’assoluzione è arrivata nonostante l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla pericolosità del noto diserbante.
"Una conclusione – sottolinea la portavoce della Coalizione #StopGlifosato Maria Grazia Mammuccini – che non convince e a cui si è arrivati esaminando gli studi pregressi, compresi quelli delle aziende produttrici. Abbiamo lanciato già alcuni giorni fa l’allarme sul possibile conflitto di interessi di alcuni membri della Commissione che ha emanato questo parere. Almeno tre di loro hanno lavorato per società di consulenza del settore chimico, interessate a sostenere il glifosato e a non far partire un serio ripensamento sull’uso globale dei pesticidi nell’agricoltura europea”.
Inoltre, come ammette la stessa ECHA, questo parere è basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”.
Per Patrizia Gentilini, dell’Isde- Associazione medici per l’ambiente, “in altre parole, secondo il controverso parere dell’ECHA (formulato considerando anche studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e condotti dall’industria produttrice), in se stesso il glifosato non indurrebbe in modelli sperimentali il cancro o mutazioni genetiche. Questo parere, secondo quanto dichiarato dalla stessa agenzia, esclude la valutazione dei rischi da esposizione prolungata di esseri umani (agricoltori e consumatori), sui quali l’ECHA paradossalmente non si esprime. Ma è proprio l’esposizione sia professionale che residenziale o attraverso l’acqua e gli alimenti, che rappresenta un rischio per la salute delle persone, specie delle frange più vulnerabili quali donne in gravidanza e bambini”.
Per la Coalizione italiana #StopGlifosato “questo parere ‘parziale’ indurrà la Monsanto a tirare un respiro di sollievo. Molto meno sollevati sono i cittadini europei che si trovano di fronte a un giudizio sostanzialmente avulso dalla realtà dei rischi quotidiani. Per questo occorre sostenere la raccolta di firme per l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) indirizzata al parlamento e alla Commissione Ue, affinché ascoltino gli allarmi che vengono da una buona parte della comunità scientifica e decretino l’eliminazione dell’erbicida dai campi europei. In meno di due mesi questa iniziativa di legge popolare contro il glifosato è stata firmata da mezzo milione di cittadini: occorre raddoppiare l’impegno e presentare il milione di firme necessario per ottenere un cambiamento di rotta nelle politiche del laissez faire sulla salute e sulla pelle dei cittadini”.
Le 45 Associazioni riunite della Coalizione italiana #StopGlifosato lanciano un appello a tutti i cittadini per firmare e promuovere l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) contro il glifosato, per far sentire alla Commissione europea la propria voce contro l’uso del glifosato e contro un modello di agricoltura non più sostenibile basato sull’utilizzo della chimica di sintesi lungo tutta la filiera agroalimentare.
Sono già tanti i cittadini che hanno sottoscritto la petizione #StopGlifosato, ma dobbiamo essere sempre di più per spingere la Commissione Ue ad assumere la decisione finale sull’uso del diserbante a tutela degli interessi generali delle persone e non degli interessi particolari delle multinazionali della chimica.

Firma la petizione ICE
http://www.stopglifosato.it/petizione-ice-stopglyphosate/

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)
 
Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI - AIAB - ANABIO- APINSIEME – ASSIS - ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA - ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ - CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali - CONSORZIO DELLA QUARANTINA - COSPE ONLUS - DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA - EQUIVITA - FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO - FEDERAZIONE PRO NATURA - FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA - FIRAB - GREEN BIZ - GREEN ITALIA - GREENME – GREENPEACE - IBFAN- ITALIA - IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST - ISDE Medici per l’Ambiente - ISTITUTO RAMAZZINI - ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE - LIPU-BIRDLIFE ITALIA - MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO - NAVDANYA INTERNATIONAL - NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE - PAN ITALIA – Pesticide Action Network - REES-MARCHE - SLOW FOOD ITALIA - TERRA NUOVA - TOURING CLUB ITALIANO - UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO - VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ - WWF ITALIA - WWOOF-ITALIA

 La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514
 
Gli uffici stampa:
Ufficio stampa AIAB: Michela Mazzali,- m.mazzali@aiab.it – Cell. 348 2652565
Ufficio Stampa Lipu : Andrea Mazza andrea.mazza@lipu.it Cell. 3403642091 Ufficio Stampa WWF : Cristina Maceroni, c.maceroni@wwf.it – Cell. 329.8315725 Ufficio Stampa Ufficio stampa Legambiente: Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it - Cell. 349.0597187 , Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it - 06.86268353
Ufficio stampa Associazione Biodinamica: Silverback, Greening the Communication – Francesca Biffi f.biffi@silverback.it - cell: 333 2164430